NUOVO ORDINE NAZIONALE
Discorso del 23 febbraio 2006
POMPEI (NA)
E’ con immenso piacere che comunico oggi a tutti i presenti l’ingresso del Nuovo Ordine Nazionale nella neonata coalizione.
Prima di questo evento non abbiamo mai creduto possibile alcun raggruppamento, nessuna unità della cosiddetta “area”. Tanto meno siamo stati incantati dallo sbandieramento compiuto dalle diverse entità politiche circa interessi collettivi non meglio precisati che nascondevano invece solo piccoli e inutili interessi di inesistenti personaggi politici.
Non ci abbiamo creduto prima perché i tempi, a nostro avviso, non erano maturi. E perché coloro che promuovevano tali riunificazioni avevano sempre uno scopo personale camuffato da mete collettive.
Oggi, se ci siamo uniti a questi progetto politico, è perché sono avvenuti diversi ed importanti cambiamenti:
- Le persone, che si sono coalizzate in questa nuova organizzazione politica non hanno dimostrato velleitarismi di sorta e non hanno ostentato manie di grandezza, né di superiorità. Hanno dimostrato una volontà fattiva di voler collaborare tutte insieme per uno scopo politico reciproco;
- I tempi, sono ora maturi per poter iniziare a combattere seriamente questa classe politica che ha provocato una serie impressionante di danni ingenti alle strutture della Nazione.
Riteniamo che la coalizione all’interno del MAI, (Movimenti alternativi Italiani) sia importante, se non necessaria, per tutti quei movimenti che vogliono lottare affermando il proprio diritto all’esistenza politica e che vogliono dare forza e consistenza a quei valori dimenticati ma, ancor peggio, traditi, soprattutto da coloro che avrebbero potuto e dovuto essere i portavoce parlamentari di quell’ideale intramontabile e superlativo nato dalla Repubblica Sociale Italiana.
E’ di questi giorni la scena vergognosa e miserevole di una deputata e dei suoi seguaci che, pur di tenersi salda la poltrona tra le mani, la prima, e di acquisire altre comode e dorate poltrone, i secondi, hanno svenduto anche la loro dignità personale dopo aver dato in pasto alla canea antifascista i nostri valori che, invece, si sarebbero dovuti vendere a peso d’oro.
Si è assistito ad un ributtante tira e molla tra i massoni capitalisti da una parte e la triade dei mercanti dall’altra che ha portato i secondi ad essere etichettati e ritenuti indegni di appartenere ad una coalizione antifascista. Si è perpetrata la solita vergognosa farsa politica la quale, pur di conservare il posto parlamentare aveva previsto persino l’azzeramento del rispetto dei morti che per quei valori avevano combattuto.
Ma si badi bene. Di tutto questo non è la massoneria capitalista a dover essere incolpata. Non è essa a dover essere presa di mira dalle critiche o dalle accuse. Non sono quelle persone a dover subire la nostra rabbia, il nostro disprezzo, il nostro distacco. E’ la triade pseudo fascista che deve essere condannata per aver creduto possibile una coalizione, un apparentamento, con quella parte politica che, da sempre, è stata nostra avversaria.
Se la triade fosse stata consapevole del proprio ruolo, e soprattutto, se fosse stata la vera portavoce e detentrice dei nostri ideali, essa per prima avrebbe rifiutato ogni accordo, ogni collaborazione, ogni compromesso con i figli ed nipoti di coloro che sono stati gli artefici in armi della sconfitta del pensiero Mussoliniano.
A distanza di sessant’anni abbiamo dovuto assistere ancora una volta alla scena della vendita al peggior offerente dei nostri ideali e del nostro credo. Ancora una volta siamo stati testimoni di uno scempio compiuto a danno non solo di coloro che credendo nell’ideale sorto dalla RSI, oggi militano in movimenti che a maggior ragione possono vantarsi di essere definiti fascisti, ma anche a danno della memoria di tutti quei fascisti, civili e militari, che per mano antagonista sono stati torturati, seviziati e massacrati nel nome di quell’ideale davanti al quale la triade si è inginocchiata per elemosinare almeno un posto a testa nell’aula Parlamentare.
L’organizzazione costituitasi recentemente nella quale anche il Nuovo Ordine Nazionale è confluita guarda con disgusto queste messe all’asta, questi mercatini improvvisati dove vendere a qualsiasi prezzo ideali e valori come se fossero souvenir di antica fattezza.
I Movimenti Antagonisti Italiani mirano ad unificare le forze fasciste, quelle vere, quelle realmente esistenti, quelle che non hanno come loro strategia politica la svendita dei propri ideali o la prostituzione politica pur di acquisire notorietà, potere e soldi concessi dal Premier di turno o dalla forza politica che governa in quel momento il Paese.
Il MAI non intende scendere a compromessi con nessuno dei poli oggi presenti sulla piazza.
Essa intende combattere con decisione e senza mezzi termini entrambi. La nascente organizzazione politica può essere all’altezza del compito che si è prefissa perché sa di poter attingere la propria forza dai principi intramontabili, dalla purezza del pensiero politico fascista, dalla validità dei progetti sociali, perché la fonte della sua stabilità deriva da quel momento storico e politico che sono stati unici ed originali e che hanno reso grande l’Italia agli occhi del mondo intero.
Ma il pensiero fascista, nonostante quanto è stato appena detto, è comunque improponibile per questa democrazia. E ancora più improponibile risulta essere la triade con a capo l’On. Mussolini che vorrebbe rappresentare la sintesi di tale pensiero, mentre sarebbe più idonea, secondo noi, a rappresentare la sintesi del pensiero badogliano.
E come la triade, così anche il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, incapace di reagire alle pressioni dei partiti al comando, pur di sopravvivere, ha accettato prima il coagulo con la triade per le passate elezioni regionali, poi l’alleanza diretta con la massoneria ed il capitalismo mostrando una sfacciataggine ed un menefreghismo aberranti e inaccettabili.
Non sono possibili alleanze di alcun tipo con i partiti presenti nella sfera Parlamentare. Tralasciando quelli di sinistra, a cui dobbiamo addebitate pesanti accuse storiche e politiche, i partiti di centro destra nascono tutti dall’antifascismo. Tutti questi partiti e movimenti, dai più piccoli ai colossi, che hanno accettato di riunirsi sotto la protezione del Polo di centro destra non hanno capito, o forse hanno fatto finta di non capire, che per loro non ci sarà mai nessuno sbocco politico. Essi saranno ammaliati e storditi dalla lucentezza delle sfarzose stanze del Parlamento e dagli agi che vengono riservati alla casta governativa la cui distanza dal popolo è da considerarsi sempre più siderale.
Nessuno di loro, una volta accomodatisi sulla bambagia parlamentare, ricorderà i progetti politici, gli ideali, le lotte per la sopravvivenza politica. Non ricorderanno neanche i volti dei camerati che con essi si erano battuti. Rimarranno storditi ed inebriati dallo agio e dall’ozio divenendo anch’essi delle larve politiche dannose e mortali per la nostra nazionale. E la storia ci ha già dato esempi lampanti in merito.
La nostra lotta politica sarà diversa, dovrà essere diversa. Non accetteremo compromessi, non ci sarà concesso farci incantare dall’oro e dallo sfarzo principesco creato e mantenuto con il sudore ed il sangue degli italiani. Ma, soprattutto, i dirigenti di questa nascente organizzazione politica, saranno il ricordo assillante per quella sinistra che nei decenni ha infangato, umiliato, vilipeso, oltraggiato il nostro onore, la nostra dignità, il nostro ideale. Saremo l’accusa vivente delle stragi perpetrate dai comunisti partigiani e dai loro complici, saremo coloro che con la propria presenza faranno ricordare a tutti i partiti il sangue fascista sparso inutilmente in una lotta fratricida che poteva essere evitata e che il fascismo gentiliano e mussoliniano avrebbero voluto evitare. Saremo quella tradotta che mancò ma che se all’epoca ci fosse stata, avrebbe portato i comunisti italiani a giustificare altri innumerevoli massacri.
Oggi quella tradotta è realizzabile con l’aiuto di tutti i fascisti. Noi, oggi, possiamo delineare le basi politiche attraverso le quali smascherare i criminali che uccisero, violentarono e massacrarono decine di migliaia di nostri connazionali, di nostri camerati. E quando parliamo di criminali non intendiamo riferirci ai mandatari, ai macellai che materialmente hanno compiuto azioni aberranti e inumane. Queste belve, per grazia di Dio e per legge d’anagrafe, si sono quasi del tutto estinte.
Quando parliamo di crimini ci riferiamo all’ideologia che li ha creati, al partito che li ha organizzati e addestrati. E quando parliamo di criminali ci riferiamo ai comunisti che oggi siedono sui banchi del Parlamento e che ghignano a denti stretti quando ancora oggi si guardano le mani coperte di sangue fascista grazie al quale hanno potuto usurpare i posti da cui oggi legiferano.
Loro sono i veri criminali, criminali ideologici, apologeti dello sterminio di massa, fautori dei campi di rieducazione, abili chirurghi della psiche, incivili distruzione di interi popoli e minacciose sentinelle agli ideali a loro contrari.
Alla triade e allo smembrato movimento Fiamma Tricolore che ebbe più alti onori in passato, e che ha deciso di recarsi direttamente ad elemosinare il suo posto a tavola , a queste due fazioni politiche che si sono inginocchiate ai piedi del liberal capitalismo, sfugge il fatto che i loro interlocutori sono i carnefici di ieri tutti camuffatisi sotto simboli più rappresentativi e meno guerreschi. Anche la sinistra ha scelto la regola del camaleontismo camuffandosi tra margherite, querce, asinelli e rifondaioli. Sono tutti stretti in un unico abbraccio mentre scimmiottano insieme ai comunisti le leggi basilari di democrazia senza averci creduto neanche per un solo istante.
La lotta politica va effettuata contro questa classe. Non quindi lotta di classe intesa come lotta tra ceti. Ma lotta di classe intesa come lotta di partiti, di ideologie. Noi non dobbiamo permettere che al Parlamento siedano persone che, ancora oggi, giustificano l’eccidio che hanno compiuto. Non possiamo permettere che in quell’aula vi siano esponenti di un ideologia che ha provocato la morte di oltre 80 milioni di persone in tutto il mondo. E’ impensabile che possano esistere elementi al governo che, ribaltando una verità sacrosanta, festeggiano una vittoria inesistente ogni 25 d’Aprile. Ogni volta che quella inesistente vittoria viene festeggiata vengono offesi i 100.000 morti dei soldati della Repubblica Sociale Italiana e le centinaia di migliaia di vittime civili trucidate senza alcuna pietà.
La nostra, quindi, deve essere una lotta non solo politica, ma anche storica. Deve portare al riequilibrio della verità, deve sbugiardare coloro che si sono ammantati di perbenismo, di innocentismo, di santità, compiendo così indisturbati una mistificazione della storia senza eguali e coprendo i crimini commessi nel nome di un credo tra i più aberranti che essere umano potesse concepire.
Dopo l’antifascismo clandestino e dopo l’antifascismo partigiano abbiamo vissuto tutti sulla nostra pelle, l’antifascismo militante delle organizzazioni armate eversive comuniste.
Negli anni sessanta settanta uccidere un fascista, per i comunisti, non rappresentava reato. Gli slogan che venivano gridati da una canea informe ma che aveva la benedizione di un stato antifascista compiacente erano terribili: Se vedi un punto nero, spara a vista. O è un carabiniere, o è un fascista.
E oggi ci meravigliamo se all’interno delle fila di Rifondazione Comunista esistono menti malate che proclamano la liceità degli attentati terroristici contro i nostri Carabinieri? Dovremmo meravigliarci del contrario caso mai, non di un filo conduttore sempre uguale e che non è mai cambiato in questi decenni.
L’antifascismo armato si è solo modificato nel suo aspetto ma non nei modi.
In questo paese ostaggio dei comunisti, si sono varate leggi che di democratico non hanno mai avuto nulla. Le spranghe di piazza e le leggi Scelba e Mancino sono stati i fieri portavoce dei beceri comunisti che hanno applaudito alla censura ideologica.
E con questa storia, con questo martirio, con tutti i morti che la follia comunista ha provocato, appoggiata dall’immancabile pensiero antifascista dei più moderati, la triade e Fiamma Tricolore hanno ugualmente deposto ai piedi dei massoni, dei catto comunisti, dei capitalisti e dei sionisti la nostra dignità e il nostro ideale fascista.
La guerra politica che va combattuta è una guerra che non ha fronti. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che i nostri nemici sono dappertutto.
Ecco perché è importante, necessario, direi vitale, costituire una roccaforte, un presidio, una testa di ponte che sia capace di resistere agli attacchi provenienti dalle varie parti e, allo stesso tempo, che sia pronta a costruire solide basi che possano permettere una avanzata, magari lenta, ma inesorabile, del nostro credo e delle nostre idee.
Il Nuovo Ordine Nazionale è un movimento squisitamente fascista, non teme questa indicazione, anzi, ne va fiera ed orgogliosa.
Nei Movimenti Antagonisti Italiani ha avuto la possibilità di affiancarsi ad altri movimenti fascisti con i quali iniziare progetti seri a medio e lungo termine.
La socializzazione, la protezione dei nostri confini, la salvaguardia delle nostre tradizioni, dei nostri costumi, del nostro modo di vivere. La preservazione del concetto di famiglia, la difesa della cristianità sono solo i punti iniziali sui quali lavorare. Punti aborriti dalle forze di sinistra il cui scopo è stato, è, e sempre sarà quello di livellare le masse per meglio governarle.
Siamo stati additati per anni dall’antifascismo moderato e dalla canea comunista come coloro i quali erano stati i portatori di preconcetti, coloro che avevano come base di vita il razzismo e la xenofobia. Ci hanno sempre definiti settari, chiusi, bigotti, involuti.
E’ stata una tattica incontrastata perché, mentre i governi cosiddetti democratici davano fiato alle trombe propagandando queste falsità, dall’altra emanavano leggi che impedivano una contro informazione.
Il MAI dovrà diventare un organo di propaganda nazionale, dovrà essere uno strumento non solo politico ma anche educativo. Dovrà saper insegnare sia ai giovani fascisti, sia agli agnostici la verità storica anche attraverso l’apprendimento delle leggi che il fascismo creò le quali, di certo, nulla hanno avuto a che vedere con le colpe attribuitegli nel dopoguerra dai vincitori.
Il MAI dovrà acquisire la forza necessaria per abbattere i muri del silenzio, dell’insolenza, della ghettizzazione all’interno delle quali ci hanno relegati per tanti, troppi anni.
Dovrà acquisire tanta forza politica quanto educativa, fino al punto di poter scardinare quelle porte ciclopiche alzate dai vincitori comunisti ed antifascisti messe a difesa di segreti tremendi, di aberranti vicende rimaste nascoste per decenni agli occhi dell’opinione pubblica. Omissioni e mistificazioni che hanno portato diversi partigiani comunisti ad essere insigniti della medaglia d’oro al valor militare benché le loro azioni potevano essere classificate in qualsiasi modo tranne che con il “valor militare”.
Le commemorazioni e le onorificenze sono state un costante insulto subito da noi tutti, ed in particolar modo dalle famiglie che, a causa di quelle persone omaggiate dallo Stato, hanno dovuto piangere i loro morti. Anche di questo dobbiamo chiedere conto allo Stato antifascista che attraverso i riconoscimenti ufficiali è divenuto consapevole corresponsabile di molti massacri compiuti sui cittadini italiani.
Le porte del M.A.I. con questa adunata si sono ufficialmente aperte a tutti quei movimenti o gruppi che intenderanno portare avanti la battaglia politica che ci siamo prefissi. Una battaglia rischiosa, dura, piena di pericoli. Ma anche una battaglia che dovrà essere d’esempio per le nuove leve, per i giovani d’oggi e per i fascisti di domani. Una battaglia che potrà essere di scontro duro e impietoso verso gli avversari. Se sarà necessario è un rischio che dovremo prevedere.
Diversamente non usciremo dall’angolo in cui gli antifascisti e i comunisti ci hanno schiacciato se non cominceremo a ribellarci ai nostri aguzzini, se non inizieremo a tagliare le catene che ci hanno inchiodato per decenni, se non urleremo con tutti il fiato che disponiamo contro chi ci ha fatti tacere per troppo tempo.
Oggi, abbiamo questa possibilità. I tempi sono maturi. La socializzazione e le leggi che preservano e proteggono la Patria e la Famiglia sono più che proponibili.
Difendere la nostra Nazione, i nostri valori, la nostra civiltà dagli attacchi esterni è diventato oggi un dovere oltre che un diritto. Perdere questa occasione vorrebbe dire rischiare di decadere completamente da ogni concetto politico e sociale. Non possiamo permetterlo. Non dobbiamo permetterlo. Ricordiamoci che non ci guardano solo gli attendisti, gli sconcertati, i delusi, i curiosi, i simpatizzanti e i militanti. Ma ci guardano anche i nostri caduti che per questo credo hanno dato ciò che avevano di più prezioso, la loro vita.
Non tradiamo le loro aspettative e, soprattutto, non tradiamo ancora una volta il nostro ideale.
Sono convinto che i nostri morti, i nostri eroi se potessero comunicare con noi ci esorterebbero a combattere, a risorgere, perché essi sanno che gli sconfitti di ieri, saranno i vincitori di domani.
Grazie a tutti voi.
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Discorso del 23Aprile 2006
MILANO
Camerati e simpatizzanti,
ringrazio il camerata Domenico Fittipaldi per aver invitato il Nuovo Ordine Nazionale a questa riunione e per aver dato al sottoscritto la possibilità di prendere la parola.
Non è la prima volta che le nostre due organizzazione politiche si trovano a dibattere sugli stessi temi, trovandosi d’accordo sia negli intenti che nelle strategie politiche.
Se questa comunione di idee rimarrà inalterata siamo certi che riusciremo a portare avanti quel lavoro complesso e problematico che molti hanno iniziato ma che poi è finito nel nulla: parlo della reciproca e rispettosa collaborazione che prevede la visibilità pubblica delle nostre organizzazioni politiche, la presenza di queste nelle piazze e nelle sale convegni dove propagandare il nostro ideale ed il nostro Credo comuni, del reciproco aiuto per presenziare alle varie tornate elettorali. Insomma parlo di un valido lavoro di unione senza fondersi, rimanendo comunque indipendenti pur facendo corpo unico nella lotta che vede obiettivi uguali.
Detto questo, però, va subito precisato un punto importante: Il Nuovo Ordine Nazionale non ha mai creduto nell’unità della cosiddetta “area”, né ha mai creduto che ne sia esistita una. E sarebbe ora di sfatare questa diceria che vedrebbe la presenza di un luogo virtuale all’interno del quale vivrebbero i fascisti.
E’ da sfatare perché l’area, pur ammesso che esista davvero, contiene tutto e tutti, tranne che i fascisti, almeno non quelli che noi riteniamo essere tali.
Il concetto di “area” sembra avere un sapore ebraico, un ricordo di ghetti ancora oggi esistenti ma che non fanno parte né della nostra storia, né dei nostri usi e costumi.
Se esiste un area questa è artificiosa. E’ stata creata apposta da qualcuno che ha voluto, così, identificare tutti quelli che non fanno parte del grande fratello della politica. In qualche modo si sono voluti schedare, identificare e catalogare tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno alzato la testa verso il potere imposto ed hanno detto: “NO!”
Ma quel “qualcuno” ha fatto di più. Dopo aver circoscritto gli etichettati ha inserito tra loro persone di ogni risma, provenienza e mentalità che hanno ingenerato confusione, diatribe, dispute basate su vecchi rancori e su nuove situazioni. Insomma, dopo aver chiuso il cerchio con dentro i reticenti, è stato inserito il Caos.
Guardiamo dove ci troviamo oggi camerati e guardiamo anche oltre, ovvero a quello che succede in questa nostra Italia.
Sono sorti mille movimenti, mille microstrutture che hanno spezzato, atomizzato quel poco che era rimasto del nostro mondo. Le discordie ed i litigi sono stati tanti e tali da sfaldare ancora di più, (se mai era possibile) l’atomo già scisso. E le conseguenze di tutte queste scissioni, oggi, le possiamo palpare con mano, sono presenti nel nostro ambiente, è uno sfaldamento che si può quasi toccare con le dita.
Nel contempo, nell’Italia esistente fuori dalla cosiddetta “area”, sono avvenuti dei cambiamenti significativi e, sotto certi aspetti, molto preoccupanti.
Per darvi solo una microscopica idea cito in sintesi alcuni articoli apparsi sul “Corriere della Sera” di ieri: D’Alema si tira indietro per la corsa alla Presidenza per la Camera e così spiana la strada a Bertinotti, un comunista. Ma Bertinotti è ancora peggio. E’ un comunista che sostiene il suo ideale nel modo più becero fatto di violenza, di no global e di centri sociali esentati dal codice penale, autorizzati a spadroneggiare nelle nostre città distruggendo ogni cosa e sprangando tutti quelli che non stanno dalla loro parte.
E ancora, (giusto per comprende meglio chi sono i rifondaioli), a Bologna sempre Rifondazione Comunista in combutta con i Verdi, (altro verminaio di comunisti, questi però nascosti sotto il falso perbenismo ambientale), hanno promosso una mozione in comune a proprio sostegno e solidarietà contro il magistrato Paolo Giovagnoli, “reo, secondo le due formazioni comuniste, di aver ipotizzato il reato di eversione per alcuni no global che un anno fa avevano deciso di autoridursi il prezzo della mensa universitaria portandola da 5, 80 euro a un solo euro. L’eversione, secondo il magistrato, era sussistita nel momento in cui l’azione politica era stata imposta con la forza. E come dargli torto? Tutti sappiamo quante toghe rosse esistono nei tribunali d’Italia. Verso costoro i comunisti non sono mai insorti, anche perchè le sentenze, spesso, sono state condizionate politicamente verso sinistra. Questo magistrato, evidentemente, è scappato dalle maglie della cultura comunista. Se ne sono accorti ed ecco che è scattata l’aggressione pubblica nello stile ormai conosciuto che tende ad una delle due finalità: o ridicolizzare il nemico, o farlo diventare un nemico pubblico.
Non è finita. Sempre sullo stesso giornale di ieri ha trovato spazio anche la neoeletta, o neoeletto, Luxuria, interprete di un film dove i transessuali sono la base portante del tema che la pellicola propone. Non a caso la o “il” Luxuria è una neodeputata rifondaiola. Ha dei concetti molto personali riguardo alla famiglia, concetti che ovviamente non si scontrano, né con il suo stato mentale, né con quello sessuale ma che, anzi, su questi si plasmano fino ad intravedere la possibilità fattiva di una famiglia formata da coppie gay e lesbiche, con tanto di adozione.
Una persona con questa mentalità, oggi, è seduta in Parlamento ed i nostri figli ne subiranno le pesanti conseguenze.
E continuiamo ancora: i comunisti hanno indetto a Milano uno spettacolo in strada intitolato “La partigiana Lia pedala con noi”, per commemorare appunto la partigiana Gina Galeotti Bianchi, uccisa dai tedeschi nell’aprile del 1945, (mi si permetta di dire….UNA IN MENO), il tutto pubblicato sul quotidiano prima citato che ne da risalto nella pagina degli spettacoli.
E infine troviamo anche il buon Maurizio Gasparri che si è fatto vedere con le lacrime agli occhi dopo aver assistito al film che ci propineranno in televisione in due puntate, (oggi e domani), sulle Fosse Ardeatine. In questa ennesima farsa pare siano spariti nel nulla gli artefici del massacro di Via Rasella, cosa che Gasparri ha fatto timidamente notare.
Potrei continuare citando altre chicche ma penso di aver dato a sufficienza l’idea che mi sono prefisso. Lo ripeto, quanto vi ho appena riportato è il contenuto trovato su un solo quotidiano di un solo giorno. Moltiplicate i giorni dell’anno per i quotidiani che esistono in Italia e ditemi voi quale e quanto è il martellamento politico propinato sotto ogni salsa, iniziando da quello classico di Montecitorio per andare a quello spregiudicato, arrogante e schifoso delle giunte rosse, per poi continuare nello spettacolo e toccare la musica, il cinema e la televisione.
E’ un bombardamento culturale ed informativo che se fosse paragonato, per mole e devastazione, alle bombe USA cadute in Iraq, nelle due guerre volute dagli americani, questi ultimi risulterebbero degli incapaci nella tecnica del bombardamento.
Forse molti di noi non se ne sono ancora accorti, ma è iniziata una accelerazione da parte dei comunisti verso il potere che è talmente visibile da costringerli ad uscire allo scoperto.
E’ una situazione che possiamo notare anche negli altri paesi europei.
In tutti questi anni, mentre noi litigavamo, ci azzuffavamo e ci tiravamo in casa gente che non esito e definire “immondizia”, mentre ci denunciavamo tra noi, (con sommo piacere delle istituzioni), e ci facevamo il peggior male possibile per nulla, perché nulla c’era da prendere, il comunismo si è camuffato in tutta Europa. E’ diventato verde perché potesse impadronirsi dell’ambiente, è diventato democratico, perché potesse entrare in parlamento, è diventato persino autocritico per dimostrare ai beoti che sapeva autogestirsi. Poi, dopo aver dato di se queste false immagini, ha iniziato a lavorare sotto terra e poco alla volta, dopo aver strisciato per anni per la paura americana, ha cominciato a camminare, e adesso inizia a correre. Ed eccolo spuntare.
Bertinotti ha conquistato la prima metà del potere assoluto: la presidenza della Camera.
Chi pensa che il comunismo non esista più o è un imbecille o pensa che lo siano gli altri. Il comunismo esiste ed sempre lo stesso. E’ quello che prevarica sul prossimo, è quello che vuole parlare in difesa dei diritti del popolo per poi massacrarlo, prima con le tasse, poi con i campi chiamati di “rieducazione”. E’ quello che nega l’evidenza, che nega la storia, che la cancella, la omette, la manipola. Il comunismo è sempre lo stesso. E’ quello di Lenin che diceva che la verità è solo quella che fa bene al partito ed quello di Stalin che seguendo questa massima riuscì a ridurre la Russia in un deserto agricolo ed industriale dove proliferavano solo le fosse comuni e i Gulag.
Ecco, al potere abbiamo questa ideologia , il comunismo, un concentrato di assurdità, di menzogne, di arroganza, di diabolica violenza animale. Nel terzo millennio, stiamo assistendo nuovamente all’ascesa di un pensiero politicizzato tra i più feroci e cruenti e che ha rappresentato da sempre un’insulto all’intelligenza dell’uomo.
E mentre tutto questo succedeva sotto i nostri occhi, noi, cosa stavamo facendo?
Non voglio, con questo mio discorso, fare di tutta un erba un fascio, né voglio dire che non sono esistite persone, tra noi, che non hanno dato tempo, soldi, sofferenza, sudore e, alcuni anche la vita per l’ideale che ci accomuna.
Quanto voglio che venga notato non è una critica “ad personam” o un mancato riconoscimento delle imprese compiute da molti di noi, tutt’altro. E’, anzi, il riconoscimento degli sforzi che molti hanno compiuto per una nobile causa e per degli ancor più nobili propositi, ma che sono andati persi o vagano ancora nel vuoto anche per colpa di quell’immondizia che ci siamo trascinati dietro, che ci ha rallentati, che ci ha declassati, che non ci ha permesso di uscire dalle macerie sotto le quali non siamo morti, ma siamo ancor imprigionati.
Coloro che hanno paura del loro vicino dalle idee marxiste devono, adesso, avere il coraggio di dichiararsi con dignità e fierezza fascisti e devono iniziare a lottare con noi. Fino ad oggi, invece, i paurosi sono rimasti volontariamente lontani da ogni disputa politica pubblica temendo persino di ricevere un giornale come Il Popolo d’Italia.
I movimenti che, invece, si sono isolati, temendo evidentemente un confronto politico, continuano a danneggiare l’ambiente screditando l’operato degli altri per poter elogiare il proprio, ben più misero e inutile. L’arrivismo e la brama di sentirsi capi del nulla ha portato certi movimenti e certe dirigenze ad arrogarsi il diritto di proprietà di una ideologia che non può avere padroni.
Queste persone non hanno ancora capito che il fascismo è un’ideale e come tale non può avere proprietari. Un ideale non lo si detiene ma lo si vive rispettando le regole che lo hanno creato. Chi crede di essere padrone di un ideale o è un idiota o è un misero fallito a cui non è rimasto altro che tentare di accaparrarsi l’astrattismo di un pensiero.
Sento dire che stiamo vivendo il periodo opportuno per fare qualcosa di serio e di concreto, che è il momento buono per iniziare a lottare davvero. Io credo che, in realtà, ci sia sempre stato questo momento, perché non posso e non voglio pensare che sia esistito un periodo in cui dovevo tacere la mia idea e un altro in cui la potevo propagandare. Io credo che il fascismo non abbia tempo e che ogni tempo è pronto per il fascismo.
Non esistono quindi i periodi migliori o peggiori, è, piuttosto, questione di persone giuste o sbagliate.
Oggi, noi tutti, siamo qui anche perché crediamo nelle persone giuste e nelle nostre idee, altrettanto giuste. Siamo qui perché sentiamo di far parte di coloro che vogliono lottare e che non hanno come obiettivo l’arrivismo personale o la presunzione di comandare a tutti i costi.
Allora, se è questo che ci accomuna, se siamo qui per combattere la nostra guerra, se siamo pronti a prendere le armi della politica e della socializzazione per far valere il nostro pensiero dobbiamo eliminare le zavorre, ovvero i timorosi del nulla e gli eterni attendisti, e mettere a debita distanza gli arroganti, i presuntuosi, gli squilibrati e i falliti politici
Dobbiamo pensare a combattere il nemico e basta. Dobbiamo tornare ad indossare con dignità quella camicia nera che ci accomuna e ci contraddistingue e dobbiamo renderci definitivamente conto che siamo i discendenti ideologici delle armate della Repubblica Sociale Italiana.
Siamo i nuovi combattenti che non hanno mai smesso di lottare per la vittoria, se non delle armi, di certo dell’ideale.
Adesso è il momento giusto, si. E’ il momento giusto per chiamarci a raccolta e combattere uniti, lontani da ogni rancore passato e pronti a bloccare ogni dissidio futuro. Solo stando uniti potremo tornare a sperare nella vittoria delle nostre idee.
E chi, nonostante lo squillo delle trombe, continuerà ad attendere, chi, nonostante l’adunata generale, continuerà a parlare male degli altri dal proprio eremo, a dirsi duce, a fare il gioco delle tre carte, a sperare di infiltrasi strisciando in mezzo ai camerati in buona fede nel tentativo di azzannare qualche loro piccolo capillare dal quale succhiare sangue per cercare di uscire dalla condizione di vita fallimentare, si sarà segnato da solo e avrà fatto capire agli altri che i traditori, gli squilibrati, i falliti cronici non cambieranno mai.
Ma questa volta saranno isolati e non potranno fare altro male.
E’ giunta l’ora, cari camerati, è vero, ma di fare una pulizia generale profonda ed efficace perché si possa essere più forti e protetti al nostro interno, è giunta l’ora di contarci ed organizzarci, di guardarci negli occhi e parlarci con il cuore e non solo con le parole.
E’ giunta l’ora di unirci per formare quelle legioni che dovranno scardinare con forza e fermezza le porte di quel ghetto creato da altri per contarci, per controllarci, dove instillare odio e rancori. E’ giunta l’ora di CREDERE con forza nell’ideale che ci accomuna, di OBBEDIRE alle regole del nostro pensiero politico e di COMBATTERE nel suo nome, per un Italia libera da ogni forma sinistra, da ogni capriccio della natura e da ogni immoralità.
Ora dobbiamo combattere, non c’è più tempo per disquisire!
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Discorso del 10 maggio 2008
FOGGIA
E’ stato per caso. Alcuni mesi fa passavo per via della Repubblica, quando alcuni libri, esposti all’interno di un negozio di onoranze funebri, mi hanno incuriosito.
Mi sono avvicinato alla vetrina per leggere i titoli. Erano libri che parlavano di quanto era accaduto a Foggia, da maggio al settembre del 1943, ad opera degli aviatori anglo americani. L’argomento mi interessava e così li ho acquistati.
Uno di quei libri, scritto da Alfonso De Santis, è riuscito a coinvolgermi fino al punto di farmi sentire partecipe di quegli eventi. Ho avvertito la strana sensazione di essere trasportato in quel tempo, come se fossi stato preso e messo nel contesto di quel periodo bellico in qualità di spettatore. Proprio come se stessi vedendo un film. Ma con una differenza, quella di sentirmi parte in causa, presenza viva di quel terribile momento.
E più leggevo quelle pagine e più mi rendevo conto di essere entrato all’interno di uno spazio temporale dove erano successi avvenimenti orribili, strazianti, impensabili.
Foggia era stata distrutta dai bombardieri anglo-americani e un numero impressionante di civili aveva perso la vita in quello scempio portato a termine dalle fortezze volanti.
Mi sentivo partecipe del dolore e dello strazio di quella gente, sentimenti che erano stati descritti con viva passione dal De Santis e con una realtà raramente riscontrata nei libri storici.
E’ stata una lettura fatta tutta d’un fiato, senza interruzione, senza sentirne la pesantezza e la stanchezza.
Alla fine di quel viaggio spazio – tempo, fra i tanti episodi letti, mi era rimasto in mente un racconto in particolare. Quello che narrava della carneficina avvenuta nel sottopassaggio della stazione di Foggia.
Parlava di uomini, donne, bambini, che tentando di trovare un riparo da quell’inferno vomitato dal cielo si erano rifugiati nei sottopassaggi della ferrovia, E invece di trovare la salvezza arrivarono all’appuntamento con la morte. Una morte orribile, che non si augurerebbe neanche al peggiore nemico.
Centinaia, forse migliaia di persone, stipate li sotto, nella speranza di sopravvivere, si erano trovate bloccate a causa delle macerie provocate dallo scoppio delle bombe che avevano occluso le uscite.
Allo stesso tempo, sui binari divelti della stazione, alcuni vagoni cisterna contenenti benzina che si trovavano lì fermi, erano stati squarciati dalle schegge provocate da altre bombe che erano cadute tutte attorno.
Il liquido infiammabile si era riversato tra le fenditure del terreno e si era diretto verso i piccoli spazi che i detriti avevano lasciato nella loro caduta e che ostruivano completamente le uscite del sottopassaggio.
La fine di quelle persone fu orribile, inenarrabile, inumana, atroce.
Bruciati vivi, senza via di fuga, senza possibilità di salvezza.
Quando alla fine della guerra le mani pietose dei pompieri, dei cittadini sopravvissuti, dei militari riuscirono ad aprire un varco, trovarono solo migliaia di ossa, nient’altro.
Questa è stata la guerra che Foggia ha vissuto.
Questo è stato uno dei tanti sacrifici patiti da migliaia di cittadini innocenti, morti in nome di una guerra, anche psicologica, studiata a tavolino dalle truppe alleate al fine di fiaccare la forza e la volontà di resistenza dei civili.
Nel gioco della morte avviata dagli aerei anglo americani, persero la vita oltre 22.000 cittadini. Di costoro, oltre 17.000 morirono in soli due giorni di bombardamenti compiuti il 22 luglio ed il 19 agosto del 1943. Il 75% delle abitazioni fu distrutto o dichiarato pericolante.
Alcuni di quei morti erano pompieri, ferrovieri, postelegrafonici, tutti militarizzati dal governo in carica che cercava, come poteva, di creare delle valide basi locali che portassero i primi soccorsi nelle città colpite dal flagello dell’aviazione alleata.
Su quel massacro, su quell’olocausto, una volta finita la guerra è caduto il silenzio totale. Nessuno si è ricordato, o si è voluto ricordare, di ciò che la città aveva subito in quel lontano 1943. Dopo aver ricevuto la medaglia d’oro al valor civile nel 1959, i riflettori della storia si sono spenti, e di quei 22.000 morti per mano alleata nessuno ne ha più parlato.
Probabilmente, il silenzio caduto sui nostri concittadini, non è stato casuale. La medaglia al valore civile doveva avere anche il compito di zittire coloro che gridavano la propria indignazione per l’indifferenza che lo Stato italiano, già legato mani e piedi dagli americani vincitori, aveva dimostrato nei confronti di coloro che subirono il massacro e con il quale pagarono l’avvento di quella democrazia che tutt’oggi vige e regola le nostre vite.
Nel frattempo gli americani, ovvero i coautori, insieme agli inglesi, di quelle inumane tecniche di guerra, non erano più solo i nostri alleati, ma erano diventati anche i nostri padroni. Nel tempo avrebbero costruito oltre 100 basi NATO sparse su tutta la nostra penisola a testimonianza della loro duratura presenza e della nostra colonizzazione.
A quel punto, poteva mai il governo italiano, succube e vittima dello strapotere alleato, presentare le proprie rimostranze ai nuovi padroni, colpevoli di aver massacrato nel giro di pochi mesi un quarto della popolazione foggiana?
Poteva mai rinfacciare a chi ci aveva liberato, (ma sarebbe più giusto dire, invaso), il fatto che per portare a termine il loro progetto di conquista, che per “regalarci” la loro preziosa democrazia che tutto permette, che tutto acconsente, erano state distrutte intere città italiane?
Si poteva presentare il conto dei danni e dei morti provocati dalla democrazia, caduta sulle nostre teste dalle fortezze volanti?
No, non si poteva. Gli americani erano già entrati a pieno titolo nel pensiero collettivo del popolo come coloro che ci avevano liberati da una orrenda, inumana, arrogante e cruenta dittatura. Ormai, la maggioranza della popolazione era caduta preda di una ulteriore strategia messa in atto dagli alleati con la quale avevano cercato in tutti i modi di dare un nome a quel conflitto, di individuare, almeno per gli italiani, il responsabile di quei massacri, che erano, si, stati compiuti dagli anglo americani, ma perché provocati da colui che aveva voluto la guerra.
Era la guerra di Mussolini. Per gli americani, ma anche per i comunisti ed antifascisti italiani, la guerra portava il suo nome. Era lui il colpevole e, quindi, il responsabile. Lo era anche di quei bombardamenti a tappeto, anche di quelle decine di migliaia di morti civili causati dallo scoppio delle bombe alleate. Tutto ciò che era successo durante la guerra era stato causato da una sola persona, da Benito Mussolini.
Questa è, in estrema sintesi, la storia conosciuta.
Ma il mio ruolo, in questo convegno, non è quello dello storico. Questa incombenza e questo onere sono di pertinenza degli studiosi, dei ricercatori, dei professionisti della ricerca storica.
Il mio ruolo, qui, è esclusivamente politico, ma non per questo meno carico di responsabilità rispetto agli storici. Anzi, posso dire tranquillamente che il ruolo politico che da sempre sostengo e che ho abbracciato come fede, come credo, come ideologia e come sistema di vita, non garantisce quella sorta di immunità di cui godono gli studiosi, i quali, se sbagliano una data, un evento, un nome, possono sempre rimediare correggendo l’errore.
Il mio ruolo non permette errori, anche perché non permette correzioni.
Fino ad oggi, i convegni e le conferenze sul tema della seconda guerra mondiale o sulle vicende che caratterizzarono il particolare periodo che è da tutti conosciuto con il nome di “Ventennio”, sono stati quasi sempre organizzati e svolti da personaggi legati agli ambienti antifascisti, se non peggio, comunisti.
Ai fascisti, a coloro che sono sopravvissuti alle mattanze compiute dai partigiani garibaldini nel centro e nel Nord Italia, ai soldati che avevano combattuto tra le fila della Repubblica Sociale Italiana non è mai stata data voce, non è mai stato consentito loro di raccontare le proprie esperienze, non è mai stato concesso di far luce su quella verità storica che troppo spesso, e per troppo tempo, è stata occultata a favore di verità precostruite e di fatti manipolati ad arte affinché tutte le colpe ricadessero sui vinti e mai sui vincitori.
Su quelle manipolazioni storiche, sullo stravolgimento di alcuni fatti e sull’occultamento di altri, si sono costituiti i governi del dopo guerra. Ed è in nome e per conto di quell’enorme imbroglio storico che i legiferatori hanno varato una serie di leggi che non hanno mai avuto nulla di democratico, ad iniziare dalla legge Scelba, tutt’ora in vigore, una legge che avrebbe potuto rappresentare a pieno titolo lo Zaire al tempo del dittatore Mobutu.
Nonostante tutto questo, se prendiamo il testo della Costituzione, possiamo leggere all’art. uno che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.
Certamente essa ha queste fondamenta. Ma ne esistono anche altre, scaltramente nascoste e mai nominate perché bisognava dare al neonato governo democratico una parvenza di civiltà, bisognava che i vincitori riconquistassero quella verginità perduta a causa delle atrocità commesse, per colpa degli scempi compiuti su uomini e cose. Bisognava mentire, cancellare la storia e riscriverla piena di enfasi, piena di mirabolanti avventure, piena di eroi partigiani e di cattivi fascisti, colma di facce truci, tutte arruolate nella R.S.I., e di visi imberbi di ragazzini che combattevano con il fazzoletto rosso al collo dai tetti delle loro case per liberare l’Italia dalla tirannia fascista. La stessa che fino a poco prima della guerra aveva dato pane, lavoro e sicurezza all’intero popolo italiano.
Ho detto prima che la mia presenza, qui, è politica e non storica. Ma moltissimi fatti accaduti in passato si intrecciano con la politica, fino a diventare un tutt’uno, fino a prendere la forma perversa della menzogna di Stato.
E quelle menzogne sono state propagandate a piene mani dai soliti storici e scrittori messi sui libri paga dell’antifascismo e del comunismo, sempre protetti da ogni possibile contradditorio di marca fascista, che pure avrebbe avuto il diritto di dire: “No, non è vero, le cose non sono andate così”.
Ma ai fascisti sopravvissuti non è stata mai concessa la possibilità di parlare. Sono stati relegati nel buio della storia, nei ghetti dimenticati, negli angoli più reconditi, dove nessuno poteva vederli e ascoltarli. Eppure le loro grida erano forti e chiare. Le voci, nonostante la barbarie comunista che aveva decimato le fila del nostro credo, erano tante, concise e schiette.
Ci voleva Gianpaolo Pansa con i suoi tre libri per far scatenare il putiferio politico e storico. Ma noi, quello che ha scritto Pansa, lo avevamo gridato migliaia di volte già decenni prima. Quella realtà, quei fatti, li abbiamo sempre sostenuti e difesi come verità assoluta, come verità universale.
Noi non abbiamo potuto parlare, perché quando lo abbiamo fatto abbiamo sempre detto le cose per come erano. Ma oggi parliamo, oggi lo facciamo e continueremo a farlo all’infinito, andando contro ogni bavaglio politico e contro ogni ingerenza antifascista che ha creato leggi ad hoc affinché non si svelassero mai i retroscena ignobili e ipocriti grazie ai quali i personaggi politici, a noi tutti noti, sono riusciti a mantenere saldi nelle loro mani il potere ed il comando.
Dicevamo quindi delle menzogne propagandate dai vincitori. Occorreva che gran
parte di ciò che era stato fatto venisse eliminato, venisse cancellato, che non
fosse mai esistito. Ed è con questo sistema che sono state occultate le
fondamenta sulle quali si regge la Repubblica, nata dal martirio della nostra
gente, dalla morte dei nostri concittadini e dei nostri connazionali. Pilastri
portanti costruiti con le menzogne, con le falsificazioni storiche, basati
sull’occultamento di alcuni fatti e sulla manipolazione di altri.
Ma la cosa peggiore è che questa Repubblica ha voluto dimenticare tutti quei morti, tanti, troppi, che erano diventati scomodi nel dopo guerra perché avrebbero potuto nuocere gravemente agli interessi di una classe politica che stava nascendo e che, nei decenni a venire, si sarebbe dimostrata di un’ingordigia e di un’avidità senza eguali nella storia italiana.
La Repubblica è stata fondata sull’oblio che ha fatto sparire 100.000 soldati della Repubblica Sociale Italiana, morti in combattimento, ma mai ricordati, mai commemorati, mai riconosciuti.
L’Italia è stata fondata sui principi dettati da una sola metà della popolazione, quella che aveva vinto, ovvero quella che si era creata man mano che la guerra prendeva una piega sempre peggiore.
E’ stata fondata sui traditori e sui rinnegati come Fanfani, Spadolini, Taviani, Scalfari, Dario Fo, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, che prima salutavano romanamente e poi si sono trovati a sostenere l’antifascismo come se fossero sempre stati di quell’idea; l’Italia del dopoguerra è stata fondata su coloro che vestivano tutti compunti in camicia nera, come Rosario Bentivegna, e che poi l’hanno dismessa per mettersi il fazzoletto rosso al collo e imbottire i carretti dei rifiuti col tritolo.
L’Italia è stata fondata sulla mattanza compiuta dai comunisti, gli unici e veri fautori della guerra civile con la quale hanno cercato di dare la nostra nazione in pasto al macellaio Stalin e che, pur di riuscire nel loro intento, non hanno esitato un solo istante ad ammazzare decine di migliaia di persone inermi e innocenti nei modi più bestiali, più violenti e più inumani.
La Repubblica italiana è stata fondata sul massacro di un capo di Stato e dei suoi ministri, sul vilipendio dei loro corpi appesi a testa in giù a piazzale Loreto. Un eccidio per il quale nessuno ha mai pagato, anzi, grazie al quale comunisti ed antifascisti si sono potuti sedere in Parlamento, con le mani ancora sporche di sangue fraterno, per riscrivere la storia e la costituzione.
Ecco cosa coprono quelle otto parole che compongono l’articolo uno.
Ma l’offesa peggiore all’intelligenza degli italiani ed al rispetto per il dolore di coloro che avevano avuto un loro parente morto ammazzato durante la guerra civile, si è concretizzata nel momento stesso in cui, in Parlamento, hanno messo piede i comunisti che per divertimento, rabbia e rancori personali non avevano esitato a torturare fino alla morte le loro vittime di qualunque età e sesso, che avevano usato le foibe come luogo di occultamento ed epurazione non solo dei fascisti, ma anche degli italiani invisi al regime di Tito, il quale voleva annettersi tutta la zona ad Est dell’Italia. La malvagità di questa canea urlante è poi arrivata ad adottare ulteriori metodi di epurazione colpendo anche l’anima delle loro vittime e ad amplificare la sofferenza dei loro parenti.
Il perfido e subdolo disegno prevedeva anche la sparizione dei resti delle mattanze compiute, un sistema che non serviva tanto per nascondere le tracce dei loro misfatti, dato che, a quel tempo, nessuno andava ad indagare sui numerosi morti o sulle sparizioni delle persone, ma quanto per uccidere ancora una volta chi avevano già ammazzato. Eliminavano persino il ricordo di chi avevano massacrato, perché nessun congiunto potesse avere una tomba su cui piangerne la morte, perché si creasse l’idea che quel morto ammazzato, in realtà, non era mai esistito.
Questo ed altro sono stati i comunisti.
E li abbiamo avuti al governo per oltre 60 anni i diretti responsabili e gli eredi politici delle macellazioni avvenute durante e dopo la guerra civile.
Hanno persino dettato, attraverso le loro proposte di legge, quali comportamenti
potevano ritenersi giusti o non giusti per gli italiani sopravvissuti alla loro
barbarie. Ci hanno fatto intendere che le leggi, i principi civili, la morale,
il sano vivere non hanno mai avuto regole fisse e che queste andavano bene solo
per i borghesi, per gli aristocratici, per i bigotti, per chi non aveva mai
avuto la loro mentalità, sempre aperta, sempre pronta a recepire il nuovo e il
diverso.
E per farci capire meglio cosa intendessero con il loro senso di evoluzione
delle regole hanno riempito il Parlamento di ex terroristi come
Daniele Farina, che ha
una lista di condanne negli ultimi 20 anni impressionante, tutte derivanti da
azioni contro le autorità dello Stato e contro lo Stato stesso;
Roberto del Bello
brigatista rosso, condannato a 4 anni e sette mesi per banda armata;
Sergio D’Elia
dirigente di Prima Linea, condannato a 25 anni per l’assalto al carcere di
Firenze dove rimase ucciso l’agente Fausto Dionisi;
Susanna Ronconi ex
brigatista, che partecipò all’assalto della sede dell’MSI di Padova dove
rimasero uccise due persone; Giovanni Senzani,
implicato nel sequestro Moro.
Tutte persone che, grazie alla fuorviante mentalità comunista, hanno avuto la possibilità di scavalcare i diritti, quelli veri, delle loro vittime e dei parenti ad essi legati, facendosi aiutare da uno Stato compiacente, che aveva deciso di intervenire non a favore di coloro che ci avevano rimesso la pelle, uccisi dalla follia terrorista, ma nei confronti dei loro assassini e mandanti. E così facendo lo Stato democratico, quello regalatoci dai B17 e dal loro carico di bombe, è riuscito a sovvertire l’ordine delle cose innalzando a ruolo di vittima i carnefici ed affossando nell’oblio le vere vittime, anch’esse ingombranti ed imbarazzanti per la nostra democrazia, così come lo furono le vittime dei bombardamenti su Foggia e sul resto delle città italiane.
La banda di ex terroristi, unita a personaggi come Vladimiro Guadagno che anche in parlamento si è fatto chiamare Luxuria e Francesco Caruso che ha al suo attivo qualcosa come 23 rinvii a giudizio per le azioni compiute nei panni di no global, esprimono molto bene ciò che oggi è la democrazia, quella pagata a caro prezzo anche dai cittadini di questa città., la cui morte, dopo essere stata strumentalizzata e deviata dalla retta via della verità storica è servita per questa gente senza scrupoli, che si è messa al posto delle vittime per essere onorata e rispettata.
Nonostante questo c’è ancora chi, davanti allo sfacelo sociale e morale, davanti al fallimento del concetto democratico, continua a sostenere tesi ormai indifendibili.
Coloro che nella nostra città continuano imperterriti ad ergersi a difesa del pensiero antifascista e della storia truccata, che altro non sono se non i pilastri su cui si erge la democrazia, non fanno parte dei santoni di Palazzo Madama o di Montecitorio ma sono personaggi di levatura più modesta, che vivono in mezzo a noi, nella nostra città, che detengono cariche pubbliche a cui, di certo, non fanno onore.
Tre nomi per tutti: il giornalista Filippo Santigliano che deve aver passato la propria vita incastrato nelle reti della guerra psicologia compiuta dagli americani oltre 60 anni fa, tanto da definire, ancora oggi, la seconda guerra mondiale come la guerra di Mussolini;
il prof. Francesco Saverio Russo che parlando della nostra nazione è arrivato al punto di definirla “italietta”, termine volgare, blasfemo ed offensivo che Mussolini seppe ricacciare in gola a chi reputava la nostra nazione una cosa da niente. E l’offesa veniva reputata ancora più grave se detta da un connazionale, come in questo caso.
Ed infine il direttore di questa Biblioteca dove attualmente ci troviamo, il dott. Franco Mercurio, il quale, recentemente, è entrato anche a far parte del rimpastato consiglio comunale, ottenendo la delega ai lavori pubblici.
Il dott. Mercurio, si è voluto dissociare dal riconoscimento concesso dal Presidente della Repubblica, Carlo Azelio Ciampi, che, con decreto del 2 maggio 2006, concesse la medaglia al valor militare alla città di Foggia per il martirio che subì a causa dei bombardamenti.
E allora, andiamo a spiegare a questi soloni della storia e della politica, a questi dotti ed illuminati detentori della verità assoluta, quanto sono errati i concetti che nutrono e quanto danno hanno fatto, e stanno facendo, propagandando le loro visioni, tutte tese a difendere sempre e soltanto una parte della storia a discapito dell’altra, usando come metrica di giudizio una regola che ha attecchito solo nelle menti dei più deboli e dei più incapaci, una regola coniata dai governi antifascisti che, per legittimare la propria presenza e per darsi un contegno che li preservasse da tutte le nefandezze che hanno compiuto nel corso dei decenni, non hanno potuto fare altro che applicare il dileggio e la costante e continua condanna del governo che li aveva preceduti, ovvero del fascismo, ma non prima di aver razziato, prendendosene la paternità, tutto ciò che esso aveva creato a favore del popolo e dell’Italia intera.
Ciò che venne combattuta non è mai stata la guerra di Mussolini, anche perché Mussolini non desiderava la guerra. E tanto meno la voleva combattere al fianco di Hitler. Lo dimostrò qualche anno prima che scoppiasse, quando fece piazzare ben 4 divisioni al confine con l’Austria nel momento stesso in cui seppe che Hitler stava per annettere quella nazione alla Germania. E lo dimostrò ancora quando riuscì a scongiurarla a Monaco, tanto da essere acclamato dal mondo intero come l’Uomo della Pace e fino ad essere definito da Pio XII l’Uomo della Provvidenza.
Quella guerra, in realtà, la vollero quegli stati che, fino a poco prima dell’evoluzione politica italiana, facevano il bello ed il cattivo tempo ovunque volessero. Occupavano nazioni e impoverivano le popolazioni occupate razziando e depredando ogni bene. E mentre costringevano alla fame gli occupati, i colonizzatori riempivano le loro casse. Francia ed Inghilterra non fecero altro per decenni.
Per cui su quali basi si deve sentir dire, ancora oggi, che quella fu la guerra di Mussolini? Chi sostiene certe argomentazioni continua a propagandare le menzogne dei vincitori, continua imperterrito a falsificare la storia e a dire volutamente l’esatto contrario di ciò che accadde.
Sentire, poi, il prof. Russo definire la nostra patria “l’italietta”, è quanto di più dispregiativo e ignobile un connazionale possa dire della propria nazione.
L’italietta, come la intende il prof. Russo, è, caso mai, quella creata ad una sola categoria di persone, quella che ci governa. Sono i parlamentari che hanno fatto dell’Italia quell’italietta ipocrita e spicciola, fatta di interessi personali, di connivenze mafiose, di intrighi massonici, di capitalismo senza controllo, di banche usuraie, di leggi inique, imperfette e assurde, che non riescono a condannare chi ha commesso delitti efferati come gli omicidi, gli stupri, la pedofilia e che lasciano liberi, per decorrenza dei termini, rapinatori, assassini e criminali della peggiore specie, per di più importata da nazioni dove, per sopravvivere, viene applicata la regola del più forte e non certo quelle della legalità e della civile convivenza.
Ma nonostante questo, per me, per noi fascisti del nuovo millennio, l’Italia rimane Patria da difendere, rimane nazione da amare, rimane terra sovrana da preservare. Con o senza l’ipocrisia di chi ci governa, il sentirsi italiano è, e deve rimanere, il nostro principale motivo di orgoglio.
Possiamo prendere le distanze dai politici e dalla loro casta, possiamo criticare la magistratura e il modo in cui applica o interpreta le leggi, ma mai ci verrebbe in mente di disprezzare la nostra Patria per la quale dobbiamo sentire il costante dovere di combattere e lottare ad ogni costo, pur di non farla cadere nelle mani del capitalismo da sciacallaggio o nelle mani di qualche talebano troppo pieno di se.
Amare la propria patria non vuol dire essere fascisti. Ma vuol dire amare ciò che ci appartiene, ciò che è nostro, Vuol dire amare il suolo sul quale siamo nati e dove sono nati i nostri padri, i nostri nonni, le nostre generazioni passate, e dove vogliamo che i nostri figli, i nostri nipoti continuino a vivere. Vuol dire amare il luogo dove è nata una civiltà che ha illuminato l’intero Occidente, e vuol dire sentirsi orgogliosamente fieri e pronti a lottare con qualunque mezzo se un’altra qualsiasi civiltà intendesse sopprimere la nostra.
Ecco perché chiamare “italietta” la nostra Patria diventa dissacrante e offensivo, perché equivale a rendere responsabile un popolo intero di quanto è avvenuto in questi decenni, mentre i veri responsabili sono nell’ordine di qualche migliaio di persone, senza le quali l’Italia intera vivrebbe bene e meglio.
Chi parla di italietta è colui che vive da italiota, che detiene una mentalità piccola, ma destabilizzante e riduttiva, è colui che è soggetto a dimenticare, ( e voglio sperare che sia solo una dimenticanza e non ignoranza), che l’italietta ha forgiato uomini illustri, conosciuti in tutto il mondo e in ogni campo dello scibile umano.
E’ da respingere al mittente, quindi, questo aggettivo squalificante e inopportuno, consigliando a chi l’ha pronunciato di trovarsi un lido qualsiasi, magari anche una tribù primitiva, dove poter imparare cosa vuol dire essere fieri di appartenere ad un popolo.
E infine, cosa dire del dott. Franco Mercurio che, accampando folli motivi privi di ogni riscontro,
ha voluto prendere le distanze dal riconoscimento di Stato che ha assegnato a Foggia la medaglia d’oro al valor militare
Invece di essere fiero delle sue origini, di essere orgoglioso di appartenere ad una città i cui abitanti hanno versato il proprio sangue in una guerra che speravano di poter vincere, così come erano stati abituati precedentemente con le campagne d’Africa e con la guerra di Spagna, invece di commuoversi all’idea che 22.000 persone tra uomini, donne e bambini, sono state ricordate una seconda volta, a distanza di quasi 50 anni dalla prima, disquisisce e fa le pulci sul significato intrinseco della medaglia e sul suo effettivo valore.
E’ incredibile come persone con una cultura al di sopra della media, usino il proprio talento ed il loro sapere non per suggellare un momento storico, ma per dissacrarlo, per rendere inutile uno dei più alti riconoscimenti che lo Stato elargisce molto raramente, con parsimonia ed estrema attenzione.
Probabilmente il dott. Mercurio voleva i combattimenti per le strade, voleva i partigiani in azione. Voleva la macellazione che si è verificata nel famigerato triangolo rosso dell’Italia del Nord.
Allora, in quel caso, la medaglia d’oro al valor militare avrebbe avuto un senso, anche perché sarebbe stata riconosciuta ai partigiani e non certo alle vittime civili.
22.000 cittadini foggiani, caduti sotto le bombe che di civile avevano ben poco, per lui non sono bastati.
E non gli è bastata neanche la dissociazione, visto che poi ha accusato la popolazione di essere stata incapace di saper distinguere il nemico in quei particolari frangenti. Ha trattato i suoi concittadini come se fossero stati i componenti di una folla di dementi, che non sapevano riconoscere il nemico dall’alleato. Un’affermazione che, fatta da un uomo di cattedra, suona più come un insulto provocatore che non come una critica.
E allora, che qualcuno dica a questo signore che il nemico, in una guerra, è colui che ti distrugge la casa con il lancio delle bombe dagli aerei e che si augura che tu, in quel momento, ci stia dentro. Gli si faccia presente che il nemico è quello che ti spara addosso, che ti vuole morto, o che ti viene a prendere a casa travestito da liberatore partigiano, e che ti dice che ritornerai presto, mentre non farai mai più ritorno e le tue spoglie non saranno mai più ritrovate.
Ditegli che il nemico è anche colui che continua a mentire sui fatti, che cerca di trovare sotterfugi e mezze parole per distruggere, sminuire ed evitare ogni ricordo che non sia a favore di quella resistenza che ha moltiplicato i morti già causati da una guerra combattuta, se non altro, con meno vigliaccheria, dove si sono indossate uniformi e ci si è schierati sul fronte di uno dei due eserciti contendenti, e dove non si sparava alle spalle del nemico ma dove lo si affrontava di petto.
Gli si insegni, inoltre, che bisogna avere rispetto per i propri concittadini è che è un insulto alla loro intelligenza usare strattagemmi demenziali pur di ottenere le proprie faziose e inconsistenti ragioni.
Gli si dica anche che durante quei maledetti giorni in cui morirono quelle decine di migliaia di persone, Foggia pagò un enorme tributo di sangue con l’olocausto dei suoi fratelli e che il nemico era ben noto a tutti. Era l’anglo americano, e i fascisti e i tedeschi erano quei fratelli che morirono sotto le stesse bombe.
E allora, se civili e militari sono morti per le stesse cause e nello stesso momento, quale differenza ci poteva essere fra loro? Le bombe degli anglo americani avevano forse fatto differenze tra civili e militari? Avevano risparmiato i primi e colpito i secondi? O forse è vero che tutti morirono straziati nelle carni per colpa di quella strategia di guerra chiamata dagli stessi alleati, non a caso, “Valanga”, che veniva portata a compimento sulla pelle dei nostri connazionali e dei nostri concittadini?
Al comunista Mercurio gli si dovrebbe far presente che nel momento in cui si muore per mano nemica, a causa di una invasione di popoli stranieri, la distinzione tra i civili e i militari non si basa sull’abbigliamento, ma sulle cause, sui luoghi e sui moventi.
E i civili italiani, erano stati condannati a morte dagli anglo americani, a causa dei loro interessi, colpendoli dentro le loro case, col movente di voler portare la nuova ventata di democrazia liberatoria. Quella sentenza di morte è stata applicata senza pietà e senza umanità su tutta la nostra penisola.
A questo punto c’è da chiedersi fin dove, le disquisizioni del comunista Franco Mercurio, possano ritenersi fondate sulla logica e dove inizia la follia allo stato puro.
La ricerca del cavillo dissacrante da parte del Mercurio sembra scimmiottare i metodi dei Savoia, che tentarono di sminuire l’accusa di tradimento compiuto da un re nano persino nella dignità, che con le sua vigliaccheria aveva distrutto quella linea di demarcazione che divideva i veri alleati dai veri nemici. Una intera nazione era rimasta vittima della codardia sabauda ed i foggiani, così come tutto il popolo italiano, ne aveva pagato le conseguenze sulla propria pelle.
Ci potrebbe essere molto altro da aggiungere sul conto del dott. Mercurio, ma credo di averne parlato già fin troppo. Gente come lui non meriterebbe di essere neanche menzionata. Dovrebbe vivere in luoghi isolati e sperduti dove meditare sulle nefandezze proferite e sull’arrogante ed insolente ipocrisia usate contro i suoi stessi concittadini.
Le tre persone citate sono figlie dell’attuale cultura democratica, che è passata attraverso l’annullamento dei principi etici e morali del comunismo. Essa ha una regola primaria, quella che stabilisce che si deve essere democratici solo quando si parla bene della democrazia. Ma se la contesti, se la critichi, allora la democrazia è autorizzata a trasformarsi nelle leggi liberticide già nominate, pronte a tappare la bocca con anni di galera a chi non accetta di essere denigrato, insultato ed umiliato dai padroni della politica e dell’informazione, a chi si ribella al fatto di essere emarginato perché segue una ideologia diversa ed opposta e cara a questo sistema che cerca di appiattire i cervelli di tutti con la formazione di un solo ed un unico pensiero politico, monocolore e monotematico.
La democrazia, insomma, quella della quale si riempiono la bocca i Berlusconi, i Fini, i Casini i vari Presidenti della Repubblica e, ironia della sorte, persino i comunisti, non esita ad incarcerare coloro che si macchiano di quella colpa che viene rubricata sotto il nome di reato di opinione.
Ed è stato proprio grazie a questo reato che, unito a quello di apologia di fascismo, ha permesso ai partigiani comunisti ed ai loro sostenitori di disseminare monumenti, targhe ricordo e intestazioni di vie, corsi e piazze in ogni luogo della nostra nazione. Ovunque è possibile trovare il nome di Lenin, Togliatti, Stalin, Karl Marx, ed altri personaggi cupi e grigi di una storia passata e ormai in via di estinzione.
Persino Foggia, città a cui sono rimasti sconosciuti, per sua fortuna, gli eroismi dei partigiani comunisti che hanno innescato la guerra civile, ha il suo piccolo monumento resistenziale che commemora i Fratelli Biondi dei quali si conosce ben poco, ad eccezione della data della loro morte, avvenuta il 3 ottobre 1943 sul Colle San Marco in provincia di Ascoli Piceno, mentre stavano combattendo, dice il racconto di un partigiano, un certo William Scalabroni, contro i tedeschi. Ma non è conosciuto con esattezza neanche il luogo della morte di questi due giovani foggiani, perché nello stesso racconto si cita anche un’altra probabile località quella di Pagliericcio, comune di Civitella del Tronto.
Cosa che potrebbero far cambiare anche le motivazioni che portarono alla morte dei due presunti partigiani.
L’ANPI, nell’incertezza delle vicende e dando per scontato l’appartenenza volontaria dei due fratelli alle bande partigiane, ha comunque preteso ed ottenuto il monumento alle due vittime. Un monumento che diventa ogni anno luogo di raduno per i comunisti e per coloro che ancora credono nella buona fede degli sciacalli con la falce e martello.
Sul retro dell’erma dei fratelli Biondi è stato scritto:” La città di Foggia onora il sacrificio dei suoi giovani figli.” E non contenti di questo, i pedanti resistenzialisti hanno voluto, ed ancora ottenuto, anche una via intitolata ai due eroi.
Quanta attenzione a questi due giovani ragazzi, anch’essi vittime delle atrocità della guerra e del lavaggio del cervello dei noti corruttori politici. Quanta tempestività e generosità da parte del Comune e delle Istituzioni di questa città nel piantare l’ennesimo altare alla resistenza, nonostante l’estraneità a certi avvenimenti orrendi e inumani.
Quanta memoria, poi, nelle teste di certi foggiani, che sono stati capaci di ripescare nel profondo degli abissi del ricordo i due fratelli Biondi, sapendoli scindere dal contesto di una famiglia numerosissima e collocandoli in luoghi che, bene o male, erano stati teatro di scaramucce che non hanno di certo segnato i destini della guerra.
Probabilmente, tra i detentori della ferrea memoria, ci saranno stati anche i vari Prof. Russo, i dott. Mercurio e giornalisti alla Santigliano, gli stessi che, stranamente, hanno dimostrato una smemoratezza congenita, oltre che una pedante attenzione ai dettagli, quando il discorso della commemorazione partigiana si è spostata sui massacri dei loro concittadini compiuti dagli aerei alleati.
Per i 22.000 morti civili, un monumento che li commemori non è stato ancora eretto. E sono passati già 63 anni dalla fine della guerra. Ma quello che più infastidisce e indigna è la continua campagna denigratoria e destabilizzante, portata avanti dai facinorosi soloni dell’antifascismo e dai provocatori demo-comunisti che si sono sentiti quasi offesi nel sapere che la propria città aveva ottenuto dallo Stato il riconoscimento di una medaglia che è la testimonianza di una carneficina realmente avvenuta per mano alleata.
Nei confronti di questa contro cultura, oltre al comitato che si è interessato della questione, esiste un’altra persona che si sta dando da fare, nonostante la sua età e nonostante le difficoltà contro le quali si è trovato a combattere. Difficoltà ampliate proprio da quella gente prima citata, indegna di appartenere a questa città e alla nazione intera, gente che ha dimostrato più volte di non avere scrupoli politici, né limiti alla decenza.
E’ un uomo che ha saputo trascrivere con umanità i suoi sentimenti, che ha ricordato la parte più tragica e anche più documentata della storia di questa città, che ha vissuto sulla sua pelle la paura della morte nonostante avesse solo 10 anni.
E’ una persona alla quale deve essere rivolto un “grazie” sentito e di cuore da parte di tutti noi per non aver permesso la cancellazione di quella memoria che dovrebbe essere tramandata scolasticamente alle nuove generazioni, affinché diventino il baluardo della follia umana, perché questa è la guerra, affinché non ci siano più madri che debbano piangere la morte prematura dei loro figli.
Alfonso De Santis, non è solo colui che ci ha dato la possibilità di conoscere una parte degli avvenimenti foggiani, forse i più importanti, ma è un uomo che, senza legami politici o altolocati, ha saputo accendere i riflettori sugli eventi passati, nascosti volutamente da mani rapaci negli anfratti scuri e bui della nostra storia, dove la democrazia ed il comunismo post bellico hanno relegato i morti di questa città, ammazzati una prima volta fisicamente, dalle bombe alleate, ed uccisi una seconda volta nel ricordo, nella memoria e nella loro dignità.
E tutto questo per l’innata sete di potere e di vendetta tipica della canea rossa, per il loro tornaconto politico e personale preso subito al volo già dalle prime notizie che si erano avute sul tradimento del re nano.
Alfonso De Santis dovrebbe essere considerato un simbolo di questa città, a volte troppo smemorata, troppo attenta alle cose futili o troppo facile nel farsi accalappiare dalla annacquata retorica di coloro che hanno sfruttato una vittoria militare ad uso e consumo proprio.
De Santis ha lottato con tutte le sue forze affinché Foggia ottenesse il riconoscimenti che, alla fine, le è stato concesso. E sta lottando ancora per dare agli abitanti di questo luogo un monumento che sia il ricordo duraturo e visivo di quell’immane tragedia da lui vissuta e da troppi dimenticata.
Non lisciamolo da solo, perché dietro i suoi sforzi ed i suoi sacrifici non esistono interessi personali, non ci sono ambizioni politiche o tornaconti economici, ma c’e’ solo un enorme e disinteressato amore per i suoi concittadini e per la sua città. E l’onore che da questo ne scaturisce lo innalza su vette talmente alte che i suoi detrattori e i suoi denigratori, con tanto di dottorato e lauree, non riescono neanche a percepire i contorni della sua figura.
L’Italia, il mondo, avrebbe bisogno di uomini con queste caratteristiche. Sono persone che avrebbero potuto fare molto di più, se fossero nate in un altro contesto o fossero state presenti, come si sul dire, al posto giusto nel momento giusto.
Ma De Santis si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, pur avendo avuto la fortuna di poter raccontare la sua avventura. Ci sono state persone, invece, che si sono trovate al posto giusto nel momento giusto, ma che non hanno avuto la fortuna di poter raccontare la loro storia, perché ad attenderli c’erano le corde legate ad una traversa di una pompa di benzina in Piazzale Loreto.
Noi abbiamo nel cuore gli uni e gli altri, perché è da essi, ovvero dalle azioni dei primi e dal ricordo dei secondi, che traiamo lo spunto, la forza, l’abnegazione al combattimento politico e sociale, affinché la storia venga scritta con la “s” maiuscola e non più con la “p” di partigiano, affinché il passato sia motivo non di vanto ma di raccapriccio, di riconoscimento degli errori, di insegnamento per l’umanità intera alla quale poter dire liberamente che non esiste la democrazia, ma esistono i vinti e i vincitori. E i primi, per legge naturale, devono sottostare ai secondi, fin quando non scoccherà l’ora del passaggio delle consegne.
Questa è la stessa sorte che toccherà, prima o poi, ai prestigiatori antifascisti foggiani. Perché, lo vogliano o no i gendarmi della memoria, il monumento ai caduti civili si farà, e noi saremo pronti a difendere a qualunque costo la memoria di questa città e l’onore e la dignità di chi è morto ucciso dallo straniero invasore.
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