ORRORI
e crimini compiuti dai partigiani
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La Repubblica Italiana nata nel dopo guerra ama ricordare i combattenti partigiani come coloro che, con sprezzo del pericolo e alto senso di Patria, liberarono l'Italia dall'invasore nazista.
Le loro gesta sono state commemorate per oltre sessant'anni da Ministri e Presidenti della Repubblica che, succedendosi, hanno gareggiato tra loro per essere annoverati tra i primi per numero di elargizioni di medaglie al valor militare assegnate ai combattenti partigiani.
In questa corsa sfrenata alcune alte cariche di questo Stato non hanno esitato ad assegnare onorificenze e riconoscenze ai mandatari di orrende carneficine e inumane atrocità compiute contro i propri connazionali.
Premiando i combattenti partigiani ed innalzandoli ad "eroi della Patria", i rappresentanti dello Stato si sono ingraziati i loro possibili contendenti politici ed hanno, allo stesso tempo, sedato gli animi del braccio armato antifascista.
Alla fine della mattanza i vincitori hanno banchettato su una montagna di cadaveri composta non da soldati di eserciti stranieri, non da nemici invasori, non da traditori, assassini e delinquenti, ma da uomini e donne che erano rimasti fedeli all'ideale rinnegato da coloro che banchettavano.
La carneficina, nata dal tradimento e dalla perfidia, è stata ancor più atroce e bestiale per gli atti commessi e per le atrocità compiute.
Tra vinti e vincitori non è esistita nessuna differenza di lingua, di nascita, di provenienza, di discendenza. Ciò che ha separato i due contendenti è stato il credo politico.
I commensali seduti sul macabro monte del loro tradimento, non contenti delle loro azioni fratricide, hanno poi cercato di uccidere il ricordo dei morti e l'anima di coloro che erano sopravvissuti con la menzogna, la mistificazione, l'occultamento, la cancellazione, la manipolazione dei fatti, delle azioni e della stessa storia.
Il primo orrore ed il primo crimine commesso dopo la cosiddetta "liberazione" da parte dei pluridecorati partigiani è stata l'attuazione premeditata e continuata dell'oblio e della falsificazione storica grazie alla quale i vincitori sono passati per coloro che avevano combattuto con il sorriso e con i fiori in mano al posto delle armi, mentre i perdenti erano stati ammazzati con le armi in pungo e con il ringhio tipico dell'assetato di sangue stampato sul volto.
Mai storia fu più falsificata di quella italiana nel periodo che va dal 1943 al 1945, per continuare ancora diversi anni dopo la fine della guerra.
Nessun riconoscimento è stato assegnato ai caduti della parte perdente. Nessun Presidente della Repubblica Italiana ha mai riconosciuto l'onore e la fedeltà all'ideale di quei giovani e meno giovani che hanno immolato la loro vita.
I morti della R.S.I. non sono mai stati considerati né soldati, né esseri umani. Essi sono stati considerati il Male assoluto.
Invece, tra quei morti, ci sono stati padri di famiglia, fratelli, figli, donne che non sono mai più tornati dai loro cari. Per essi morire in guerra o in uno scontro a fuoco con i partigiani ha spesso rappresentato un onore ma, a volte, anche una fortuna.
Infatti i soldati della R.S.I. e le Ausiliarie cadute in mano ai partigiani hanno subito fini orribili e atroci torture che non potranno mai essere giustificate da alcun motivo, politico, morale, civile o militare che sia.
L'atroce morte che è stata spesso riservata agli appartenenti della R.S.I. è stata dettata dalla sete di vendetta, dal rancore e dalla bestialità sfogata sulla carne umana da parte di persone la cui ignoranza e la cui cattiveria sono stati solo alcuni degli elementi principali che hanno contribuito a creare dei veri e propri mostri.
Alcuni di questi "mostri" sono stati decorati, altri, oltre alle decorazioni, hanno avuto il riconoscimento della pensione a vita. Altri ancora sono riusciti persino ad appoggiare le loro mani ancora sporche di sangue fraterno sui banchi del Parlamento.
In queste pagine racconteremo solo una infinitesima parte di ciò che commisero coloro che uccisero, massacrarono ed eliminarono migliaia di connazionali, spesso colpevoli di aver indossato una camicia nera - o di averla presumibilmente indossata.
Al lettore di queste pagine lasciamo l'estremo giudizio.