Le Ausiliarie
Premessa (parte prima)
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La sopravivenza o la morte delle ausiliarie furono dovute alla capacità e alla prudenza dei comandanti dei reparti cui erano aggregate, ma anche al caso e alla fortuna.
Chi cadeva nelle mani degli Alleati, era sicuro e generalmente, dopo un sommario interrogatorio, veniva posta in libertà.
Chi, invece, cadeva nelle mani di partigiani non comunisti, finiva in campo di concentramento, in attesa di accertamento per eventuali responsabilità personali.
Ma poiché responsabilità personali non ce n'erano, dopo qualche tempo tornava libera. Non ci fu scampo, invece, per le sventurate cadute in mano ai comunisti.
I comunisti restano gli unici responsabili del massacro delle ausiliarie.
Le ricerche fatte dall' "Associazione nazionale servizio ausiliario femminile", costituita dopo la guerra per tramandare il ricordo del Servizio e la memoria delle Cadute, hanno potuto stabilire che una ventina di esse furono fucilate nei giorni compresi tra il 25 aprile e il 2 maggio.
Non c'e' dubbio che si trattò di azioni illecite e ingiustificate, perché le volontarie non erano armate e furono uccise dopo che si erano arrese.
Tuttavia, se ricordiamo i bandi emessi da taluni CLN, come quello del Piemonte che prevedeva la fucilazione senza processo di tutti gli appartenenti alle formazioni volontarie della RSI ( cioè in pratica di 350 mila italiani), questi omicidi possono trovare una spiegazione, sia pure rapportata al clima infuocato e feroce di quei giorni.
Ma il 2 maggio, alle ore 12, diventò operante, su tutto il territorio nazionale, la resa firmata a Caserta dai plenipotenziari tedeschi anche a nome di tutte le formazioni della RSI, resa che impegnava gi Alleati, il governo italiano e tutte le forze partigiane a rispettare la convenzione di Ginevra.
Pertanto, le uccisioni di ausiliarie avvenute dopo quella data, furono crimini spietati che non trovano alcuna spiegazione se non nelle bestialità di chi li commise.
Un'idea precisa ed impressionante del clima in cui vennero a trovarsi le ausiliarie in quei giorni è resa da Antonia Setti Carraro, mamma di Emanuela Setti Carraro e futura suocera del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che, nei drammatici giorni dell'insurrezione torinese, era capogruppo della crocerossine della Divisione "Littorio".
Antonia Setti Carraro, che ha narrato la sua testimonianza in un libro dal titolo Carità e Tormento (1982), ancora quarant'anni dopo non riusciva a togliersi dalla memoria le scene spaventose alle quali aveva dovuto assistere, allorché, dopo essere scesa a Torino con un treno - ospedale proveniente dalla Val d'Aosta, aveva dato vita ad un infermiera da campo vicino a Porta Nuova, con l'aiuto di tre consorelle e di cinque ausiliarie infermiere.
Scoppiata l'insurrezione, i feriti (tutti soldati fascisti) furono fatti a pezzi, le otto ragazze catturate e messe al muro.
Prima che toccasse a loro, furono costrette ad assistere a qualcosa che Antonia Setti Carraro descrive con queste parole:" Sul fondo della baracca di legno vedemmo un mucchio di cose immobili che sembravano stracci. Il sangue rappreso aveva modificato le tinte di quelle giacche e di quei pantaloni grigioverdi e ne aveva smorzato i toni. Ora non sembravano più cadaveri ammucchiati: le facce erano fori e poltiglia, le teste erano scoppiate, i capelli confusi tra loro, sembravano ammassi di foglie autunnali, cataste di legname coperto di muffa. E invece, fino a poche ore prima, erano creature umane".
Scambiate tutte per ausiliarie (inutilmente sorella Antonietta e sorella Myriam si affannavano a mostrare la croce rossa che portavano sul grembiule sotto il cappotto militare, ottenendone, come unica risposta:"Non vogliamo più Cristi né padroni! Vogliamo solo ammazzarvi tutti, voi fascisti: tutti, uomini e donne, grandi e bambini") un ulteriore "intermezzo" sopraggiunse a sottrarle ancora alla morte.
Alcuni uomini arrivavano sui mezzi a motore chiamando a gran voce i carcerieri: "Venite, preso, li ammazziamo con gli autocarri. Li riduciamo con tutte le ossa rotte. Uno spettacolo fantastico! Vedrete! Li inseguiamo mentre cercano di scappare. Muoiono urlando come cani!"
L'eccitazione per la nuova carneficina distrae per un attimo quelle belve e consente alle ausiliarie e alle crocerossine di darsi alla fuga.
E' una fuga allucinante, attraverso una Torino in preda all'odio e al sangue, con cadaveri disseminati dovunque, corpi che precipitano da qualche piano alto venendo a sfracellarsi ai piedi delle ragazze, disperati che spirano su una panchina o in mezzo a un'aiuola con un'espressione di terrore sul volto, individui portati in giro per le strade dentro gabbie da polli, continuamente pungolati con bastoni appuntiti che ne riducono visi e membra a pezzi di carne sanguinolenta, e infine impiccati tra la gioia generale.
La signora Setti Carraro con le due sorelle e le cinque ausiliarie, si illudono finalmente di trovare la salvezza in casa di conoscenti, ma vengono bruscamente messe alla porta: "Questa guerra non l'abbiamo voluta noi. Non possiamo impedire al popolo di prendersi le sue vendette". "Ma siamo crocerossine!" "Arrangiatevi!"
Ed eccole nuovamente catturate da una banda di partigiani comunisti, all'inizio di un ponte sul Po, costrette per un pezzo a guardare giù. "L'acqua" scrive Antonia Setti Carraro " che era bassa e sembrava ferma, brulicava di cadaveri. A testa in giù, a braccia aperte, a gambe divaricate, a faccia in su, a pezzi o tutti interi, giovani, ragazzi, uomini, donne e fanciulle giacevano scomposti, aggrovigliati, ammassati, paurosi a vedersi, atroci nelle posizioni. Le ausiliarie erano impallidite in modo terribile".
Questo racconto, che resta uno dei più sinceri, fedeli ed anche religiosi dell'odio demoniaco di cui sono capaci, in certe circostanze della loro storia gli italiani, si conclude con la quasi miracolosa fuga delle otto donne inseguite, per fortuna invano, da raffiche di mitra e bombe a mano, dopo che sono riuscite a distrarre i loro carcerieri, troppo impegnati a gustarsi, nei minimi particolari, l'agonia di un fascista che "meno esposto ai colpi dei carnefici, non era morto sul colpo, ma si lagnava debolmente e , annaspando con le mani, cercava di sciogliersi dalle funi che lo tenevano legati agli altri del gruppo, e , mugolando, suscitava l'ilarità di chi lo aveva appena colpito, e continuava a colpirlo con randellate sorde che gli frantumavano ossa e cranio".