Le Ausiliarie
Premessa (parte seconda)
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Se le cinque ausiliarie protagoniste di questa agghiacciante, tremenda pagina di vita vissuta scritta da Antonia Setti Carraro, poterono salvarsi, una sorte ben più tragica era in agguato per le otto ausiliarie del Comando provinciale di Piacenza che, la mattina del 26 aprile, mentre viaggiavano su un autocarro alla volta di Como, incapparono in un posto di blocco di partigiani comunisti a Casalpusterlengo.
Con loro viaggiavano sei soldati di sanità, tutti disarmati.
Portato alla Torre, il gruppo vi trascorse l'intera giornata e la notte tra le urla e gli insulti della folla che chiedeva giustizia sommaria.
La mattina dopo furono fatti salire su una corriera, trasportati davanti all'ospedale e qui schierati in fila davanti al muro, mentre un plotone improvvisato si allineava di fronte a loro.
Fu a quel punto che una delle ausiliarie, Adele Buzzoni, si mise ad urlare scongiurando i "giustizieri" di salvare sua sorella Maria, che era nel gruppo, perché potesse aver cura della loro madre, cieca e sola.
Maria Buzzoni fu afferrata da un partigiano e spinta da parte.
Subito dopo il plotone aprì il fuoco, ma vedendo la sorella cadere assieme agli altri Maria gridò per la disperazione con quanto fiato aveva in gola.
Per farla tacere un partigiano le scaricò il mitra addosso, freddando anche lei.
Intanto, una scena irreale, spaventosa, stava accadendo.
L'ausiliaria Anita Romano, che era rimasta soltanto ferita. si alzò dal mucchio sanguinante, avanzando verso i suoi assassini. tra le ausiliarie c'erano altre due sorelle, Ida e Bianca Poggioli.
Anch'esse erano rimaste soltanto ferite, e Bianca Poggioli gridava: "Uccidetemi! Uccidetemi!".
Mentre i partigiani si preparavano a finirle, si precipitò davanti a loro padre Paolo del vicino convento dei Cappuccini. "No" disse " non lo fate. Stanno morendo. andate via. Le assisterò io fino alla morte".
Lividi, sudati, i "giustizieri" si allontanarono, ma poco dopo tornarono sui loro passi, pentiti di aver dato retta al frate.
Ma quei pochi istanti erano bastati a padre Paolo per trascinare le tre sventurate all'interno dell'ospedale e nasconderle con l'aiuto delle suore, in uno scantinato.
I comunisti diedero loro al caccia per tutto il giorno, poi si stancarono.
Le ragazze poterono così essere curate e salvate. Le altre vittime, oltre ai sei soldati sconosciuti e alle sorelle Buzzoni, furono Luigia Mutti, Rosetta Ottadana e Dosolina Nassani.
Nessuna pietà, invece, per l'ausiliaria Jolanda Crivelli.
Aveva solo 20 anni ed era la giovanissima vedova di un ufficiale del "Battaglione M", ucciso a Bologna durante la guerra civile, in un agguato dei "sapisti" (costola della banda comunista dei gap).
Il 26 aprile raggiunse Cesena, la sua città, per tornare dalla madre, che viveva sola.
Fu riconosciuta e additata dai concittadini ad alcuni partigiani comunisti:"E' una fascista, moglie di fascista!"
Percorsa a sangue, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente.
Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata.
Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto. Poi fu permesso alla madre di seppellirla.
A Novara invece, il vescovo riuscì ad impedire il progetto di fare sfilare nude tutte le ausiliarie catturate, circa trecento, per le vie della città.
I partigiani dovettero accontentarsi di raparle a zero. In seguito, alcune di esse furono violentate e quindi fucilate.
In quella autentica tomba delle ausiliarie che fu Nichelino, trovarono la morte, il 30 aprile, assieme ad un gruppo di loro compagne, anche le ausiliarie scelte Laura Giolo, di 25 anni e Lidia Fragiacomo, di 32, dopo un'autentica gara di emulazione per rispondere alla domanda:" Chi di voi è la comandante?"
Questa qualifica spettava a Laura Giolo, che infatti non ebbe esitazione a rispondere, ma Lidia, convinta di poter così salvare la compagna, disse, rivolta ai partigiani:" Non datele retta, sono io che comando il gruppo".
Fu messa al muro e accadde, allora, uno di quei fatti che, nella barbarie, rappresentano un raggio di speranza.
I partigiani che formavano il plotone di esecuzione, pur essendo comunisti, garibaldini della 105a brigata "Pisacane", toccati dall'eroismo e dalla generosità di quella scena, scaricarono i mitra in aria. ma intervennero altri partigiani che non ebbero pietà.
Fu accolta soltanto la richiesta di assistenza religiosa e don angelo Ruffino, parroco di San Secondo, potè confessare le condannate.
Tra i più pregevoli crimini compiuti ai danni delle ausiliarie dopo il 2 maggio, vi fu il massacro del Santuario di Graglia, nel Biellese.
Qui era stato condotto, dopo aver stipulato regolare resa con l'onore delle armi,. grazie all'intervento dell'autorità ecclesiastica, l'intero II° Reparto allievi ufficiali della GNR; 30 uomini, al comando del maggiore Galamini, più le ausiliarie Rina Chandrè, Itala Giraldi e Lucia Rocchetti.
Del gruppo facevano parte anche le signore Antonietta Milesi, e Carla Paolucci, mogli di due ufficiali.
Ebbene, infrangendo tutte le leggi di guerra, nonché la parola solennemente data, i carcerieri comunisti di Moranino, fucilarono tutti gli uomini del gruppo e le due signore.
Le tre ausiliarie, risparmiate sul momento, furono fucilate più tardi a Muzzano, perché i partigiani, come riferì un testimone, "dovevano andare a ballare e non sapevano che fare delle tre prigioniere" .
Fu la madre di Itala Giraldi che ritrovò i tre corpi, sommariamente sepolti sull'argine di un torrente, scavando la terra con una cazzuola, tra i lazzi e lo scherno dei comunisti del luogo.
A Jole Genesi, stenodattilografa della Brigata Nera "Augusto Cristina" di Novara e a Lidia Rovilda, assegnata alla GNR della stessa città, toccò una fine allucinante.
Catturate alla Stazione Centrale di Milano il primo maggio, furono condotte all'albergo "San Carlo" di Arona, torturate tutta la notte con degli spilloni conficcate nella carne, poi legate assieme con un filo di ferro e finite con un colpo alla nuca.
Non avevano voluto rivelare dove era nascosta la comandante provinciale di Novara.
Marcella Batacchi, fiorentina e Jolanda Spitz, trentina, erano state assegnate al distretto militare di Cuneo.
Il 30 aprile, la colonna in fuga della quale facevano parte, con sette loro compagne, si arrese ai partigiani a Biella.
Per salvarsi, le sette ragazze dichiararono di essere prostitute che avevano lasciato la casa di tolleranza di Cuneo per seguire i soldati.
Marcella e Jolanda rifiutarono il compromesso e si dichiararono ausiliarie.
Furono violentate e massacrate di botte, poi fucilate e sepolte in una stessa fossa, l'una sull'altra.
Quando i genitori, mesi dopo, poterono esumarle, trovarono due visi tumefatti e sfigurati, ma i corpi bianchi e intatti.
Avevano entrambe 18 anni.