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STORIA DI UN
ASSASSINIO (Parte prima)
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I combattenti per il comunismo non hanno mai sentito il bisogno di pentirsi, neanche per le azioni da essi compiute rivelatesi storicamente inutili e raccapriccianti. Essi, oggi come allora, sono convinti che tutti gli agguati, gli attentati e gli omicidi perpetrati dovevano essere eseguiti, sia perché reputati, sempre e comunque giusti, sia perché i bersagli umani, reputati i contro altare dell'ideale comunista, dovevano essere eliminati fisicamente per evitare, nel futuro, di averli ancora tra i piedi. E' in questa ottica che Teresa Mattei, (nome di battaglia "Chicchi"), a distanza di sessant'anni dall'omicidio di Giovanni Gentile dice ancora con sinistra freddezza:" Se un grande pensatore si schiera con un regime orribile come la repubblica di Salò, si assume una responsabilità enorme. E' un tradimento che non si può perdonare". Peccato che questa "sentenza senza appello" non sia stata altrettanto valida per chi, durante la sanguinosa guerra civile in Italia, ha combattuto per instaurare un regime ben peggiore di quello individuato nella Repubblica di Salò e che avrebbe dovuto portare Stalin a governare il nostro Paese attraverso il suo ministro fantoccio Palmiro Togliatti. La Mattei, nel racconto che ci apprestiamo a pubblicare, ripercorre il particolare momento storico dell'uccisione di Giovanni Gentile ma non prima di aver ricordato e sottolineato il fatto che è sorella di un martire della resistenza e che lei stessa è stata "seviziata" dalle "SS". Nell'intervista effettuata dal "Corriere della Sera" l'ex partigiana dichiara che l'esecuzione di Giovanni Gentile era stata decisa e voluta da Bruno Sanguinetti che, dopo l'invasione anglo americana, sarebbe diventato suo marito. Sanguinetti, di origine ebraica, era un cultore della lingua francese, si era laureato in ingegneria e in fisica. Aveva una salute molto precaria ma, nonostante la sua cagionevolezza era rimasto ligio - per riportare la frase scritta |
dall'intervistatore, Antonio Cariotti - alla "spietata etica
rivoluzionaria."
Bruno Sanguinetti, una volta tornato in Italia aveva assunto la direzione dell'azienda di famiglia, l'Arrigoni. Ma si occupava molto di più di cospirare contro il fascismo che dell'amministrazione della sua industria L'antifascismo di Sanguinetti veniva coperto dalla sua posizione sociale e, grazie a questo, era riuscito a scampare agli arresti e alle delazioni, arrivando ad essere uno dei più importanti capi del comunismo fiorentino. Aveva riportato da Roma a Firenze la famiglia della Mattei. Essa si era trasferita nella capitale dopo la fine del fratello di Teresa, Gianfranco. Quest'ultimo era un brillante studioso di chimica al Politecnico di Milano ed era anche assistente di colui che sarebbe stato insignito del premio Nobel , Giulio Natta. Gianfranco, però, usava la chimica anche per fabbricare esplosivi per i Gap. Per questo motivo era stato catturato dalle "SS". Dopo il suo arresto lo avevano trovato impiccato nella sua cella per il timore di svelare ai tedeschi quanto era di sua conoscenza. Bruno Sanguinetti e Gianfranco Mattei erano i tipici figli di papà che, per chissà quale assurda contraddizione con le loro origini e con lo stile di vita che praticavano, erano diventati antifascisti e, per di più, comunisti. Poi, coperti dalla loro classe sociale e grazie al denaro di famiglia di cui disponevano, avevano aderito ai GAP (Gruppi Armati Partigiani) iniziando così ad uccidere ed a compiere attentati contro i tedeschi ed i fascisti nel nome di una dittatura tra le peggiori esistenti. La stessa condizione sociale e la stessa presa di coscienza politica l'aveva avuta anche Rosario Bentivegna che, un anno prima, aveva massacrato inutilmente a Roma, con una bomba posta in un carrettino della spazzatura, un reparto della Bozen Polizei istigando così la rappresaglia tedesca conclusasi con l'eccidio di |
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italiani tumulati alle Fosse Ardeatine.
Ill suicidio di Gianfranco Mattei era stato, per Sanguinetti, il pretesto per organizzare l'assassinio del filosofo toscano. A tal proposito, così racconta Teresa Mattei:"Alcuni giorni dopo Bruno venne da me: i nazisti, disse, hanno fatto morire un grande intellettuale come tuo fratello e noi, occhio per occhio, uccideremo Gentile". Sanguinetti, quindi, non solo aveva portato allo stesso livello culturale Gianfranco Mattei e Giovanni Gentile., ma aveva anche ritenuto che il ragazzo, comunista, suicidatosi in cella per paura di parlare, confezionatore di bombe per i GAP, doveva essere vendicato con l'uccisione di un filosofo. Sanguinetti aveva dimenticato, nella sua vendetta tipicamente prosaico - comunista, ricercatrice di un qualsiasi pretesto per coprire azioni indegne, che Gentile non aveva mai confezionato bombe, né aveva mai compiuto attentati . Che colpa avesse Giovanni Gentile per la morte di Gianfranco Mattei è cosa che, a tutt'oggi, risulta ancora inspiegabile. Se Sanguinetti avesse attuato la sua vendetta con criterio avrebbe ucciso i carcerieri del fratello della Mattei, oppure qualche ufficiale tedesco. Ma Gentile non poteva essere ritenuto responsabile, né poteva essere considerato il giusto obiettivo per la tanto ricercata vendetta. Essa era solo la scusante che sarebbe servita come copertura per un'azione che non aveva, né valore politico, né militare, anzi. L'assassinio si sarebbe dimostrato deleterio per i comunisti fino al punto di trovarsi isolati dalle altre forze partigiane di estrazione politica diversa. Queste ultime, infatti, avrebbero preso le distanze dai GAp condannandone i metodi brutali e sanguinari. |
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