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STORIA DI UN
ASSASSINIO (Parte terza)
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La Mattei, ricordando il suo dramma, smentisce palesemente la tesi dei suoi compagni romani. I partigiani ben sapevano i rischi che la popolazione inerme avrebbe subito per le azioni di guerriglia compiute dai comunisti. A differenza dei 335 trucidati alle Fosse Ardeatine, per la partigiana soprannominata "Chicca", le cose però erano andate diversamente. Il fratello Nino veniva liberato in seguito ad un'azione partigiana. Anche Bruno Sanguinetti, era stato arrestato ma la sua liberazione l'aveva patteggiata lo stesso Sanguinetti che consegnò un vagone di generi alimentari ai fascisti in cambio della sua liberazione. La leggenda partigiana vuole che i generi alimentari consegnati dell'Arrigoni fossero tutti avariati. Fantasie a parte, la Mattei conclude la sua intervista raccontando un aneddoto, che l'intervistatore definisce "toccante". Leggendolo, però, potrebbe essere definito piuttosto propagandistico. La Mattei racconta che:" Nel Carcere delle Murate (a liberazione già avvenuta da parte degli alleati) parlai con un giovanissimo milite di Salò: era un trovatello, arruolato dai fascisti in riformatorio, e piangeva disperato. Pentito delle atrocità commesse, mi confessò tutto. Promisi che non avrei tradito i suoi segreti e lo avrei fatto deferire al tribunale alleato che era notoriamente mite. Ma quella notte stessa mi scrisse a matita una lettera sgrammaticata, in cui diceva che non poteva vivere con tanti rimorsi sulla coscienza. Quindi si suicidò. Era un povero ragazzo ignorante e traviato, ma aveva voluto scontare le sue colpe con la vita. Non pesava su Gentile una responsabilità ben maggiore?" Il racconto e l'enigma che lascia la Mattei sono, a dir poco, sconcertanti. Un ragazzino giovanissimo, (come lei stessa asserisce - sempre che sia mai esistito -) quali atrocità poteva aver compiuto? Non è forse più probabile che sia stata lei a far insorgere nel |
ragazzino quel senso di colpa che lo avrebbe portato al suicidio? Ma, a
parte ogni considerazioni, ci sarebbe da chiedersise la storiella
raccontata corrisponde al vero. Non vengono fatti nomi, né vengono detti
quali sarebbero state le azioni infamanti compiute sotto la bandiera di
Salò. In compenso si può valutare un paradosso: l'ignorante e traviato ragazzino, figlio del popolo, arruolato nella RSI e i facoltosi industriali, i colti studenti laureati nelle università fascistissime, i professori docenti di quelle stesse università, arruolati nei GAP. Dunque un proletariato fascista e una borghesia aristocratica nelle fila dei comunisti. Assurdità che politicamente non possono avere una spiegazione, ma che trovano ogni ragione se si analizzano i singoli personaggi militanti nei GAP . Facendo tale censimento ci si può rendere conto che i figli di papà sotto il periodo fascista erano arrivati a quella degenerazione mentale e morale ai quali sarebbero arrivati i loro nipoti nel 1968. Troppa comodità, serenità e agio avevano creato i barbari del comunismo che per quell'ideale avrebbero compiuto una serie infinta di atrocità contro chi, spesso, aveva come unica colpa quella di militare dalla parte opposta. E con questo criterio hanno compiuto ogni sorta di crimine. La Mattei, poi, ci lascia un interrogativo che di per se ha già la risposta. Secondo lei, Gentile, era ancor più responsabile del ragazzino per ciò che quest'ultimo aveva compiuto nella RSI. E con questa domanda-sentenza, la Mattei oltre ad assolversi, giudica giusta la condanna inflitta a Giovanni Gentile. La troppa facilità di sentenza a propria discolpa fa dimenticare alla partigiana che il filosofo toscano aveva come arma la sua cultura con la quale aveva cercato di trovare un punto di discussione e di riappacificazione tra le parti. Gentile era stato uno dei pochi filosofi a predicare la pace e il "cessate il fuoco" tra fascisti e partigiani. Per questo i fascisti di Salò, quelli che la Mattei aveva chiamato "estremisti", non potevano vedere di buon occhio Gentile. |
I
suoi tentativi di pace mal si combinavano con il desiderio dei
soldati di Salò di voler combattere il bolscevismo che era straripato
all'interno dei confini dell'Italia. Per cui alla domanda della Mattei, l'unica risposta che le si può dare, è un secco NO! Gentile non aveva avuto alcuna responsabilità né maggiore, né minore rispetto a qualsiasi colpa che la partigiana ottuagenaria, ancora oggi, vorrebbe imputargli. Le vere colpe di Giovanni Gentile sono state quelle di essere stato umano verso i suoi detrattori, di aver sottovalutato la serpe del tradimento insita nella partigiana Mattei ( ed in altri come lei), di aver creduto che con il comunismo poteva esserci un dialogo, mentre ci poteva essere solo il tipo di dialogo che usavano le Brigate Nere e la Muti le quali non erano riuscite a fare il loro dovere fino in fondo non perché mancò il coraggio, ma la fortuna. Gentile era colpevole di questo. Di aver creduto che tutti gli esseri parlanti potevano essere annoverati tra gli esseri umani. Invece, quelli con cui voleva parlare, erano comunisti. Ha pagato con la vita questo errore. E con la sua vita, e con quella di altri tantissimi camerati, i comunisti erano riusciti a salire al governo. L'essere parlante Mattei fu una di questi
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