Il caso Bruno Contrada

Bruno Contrada è stato condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ad accusarlo non sono stati i suoi colleghi del Sisde, o i poliziotti, carabinieri o, ancora, prove schiaccianti scoperte durante le indagini.

Ad inchiodare il funzionario del Sisde sono stati i pentiti di Cosa Nostra. Diciassette pentiti spesso inattendibili, e non solo sul caso Contrada, hanno segnato la fine della carriera, e della vita personale, di questo servitore dello Stato.

Contro le parole dei diciassette ex mafiosi non sono bastate le testimonianze di 112 uomini dello Stato che hanno parlato a favore di Contrada. La loro testimonianza non è servita a contestare l’assenza di qualsiasi riscontro probatorio. Nessuna prova, infatti, è stata portata che confutasse le accuse mosse contro il funzionario del Sisde.

In compenso le parole dei pentiti sono state prese come oro colato nonostante questi abbiano più volte ritrattato, corretto e aggiustato le loro versioni.

 

Lo stesso pm Morvillo in apertura del dibattimento ha detto:

In questo processo i fatti sono cose riferite dai collaboranti, da persone indagate o imputate per reato connesso”.

Alle parole del pm possiamo aggiungere che le dichiarazioni  fatte dai mafiosi sono state prese con la massima buona fede nonostante queste fossero state fatte “de relato”, ovvero per sentito dire, o con racconti di seconda e terza mano impossibili da verificare.

Esiste purtroppo l’obbrobrio giuridico della “convergenza del molteplice”, ovvero più dichiarazioni convergenti fanno una prova. Ma questa regola è stata applicata solo per i pentiti, mentre per i 112 servitori dello Stato è stata dimenticata.

 

Il curriculum dei pentiti è impeccabile; assassini, stragisti, rapinatori, estorsori, trafficanti di droga, stupratori. Insomma la feccia della mafia, che per non accollarsi gli inevitabili ergastoli, ha deciso di “collaborare” con la giustizia. Sono tutti ex mafiosi della peggiore specie e molti di loro sono stati perseguiti, arrestati e fatti condannare  proprio da Contrada.

Ma vediamo più da vicino chi sono questi pentiti, quali trascorsi hanno e, di conseguenza, quale credito possono vantare in un aula di tribunale dove è sotto processo il funzionario dello Stato che è stato l’artefice della loro fine.

 

Gaspare Mutolo

Era un semplice ladruncolo fino al 1965. Una volta in carcere entra nelle grazie di Totò Riina  e poi di Saro Riccobono, quest’ultimo boss di Partanna e Mondello. Diventa uno dei killer più spietati e feroci. Viene condannato per mafia a 16 anni di reclusione, poi a 13 anni e 10 mesi perché ritenuto responsabile di 30 omicidi. Ha condanne per estorsioni, rapine, sequestri di persona, attentati dinamitardi, contrabbando di sigarette, reati contro il patrimonio, possesso illegale di armi. Decide, quindi, di pentirsi nel 1991. Da quel momento diventa il protagonista di diversi processi. Lo ritroviamo anche in quello contro Giulio Andreotti.

 

Durante il processo a suo carico tenutosi il 6 giugno del 1994, rispondendo ad una domanda del giudice dice:

Quanti omicidi ho fatto? Mah, guardi, tra gli omicidi e gli strangolamenti sono più di 30” .

Il giudice gli chiede ancora:

Scusi, ma chi ha ucciso?”

E Mutolo risponde:

Beh…persone normali, insomma mafiosi, giovani perché rubavano”.

In un successivo interrogatorio compiuto qualche giorno dopo, (22 giugno), Mutolo dice ancora:

Era una cosa normale, diciamo, cioè, a volte si andava a uccidere una persona, magari avevamo solo l’ordine di uccidere, senza sapere come si chiamava”.

Nel processo Contrada, Mutolo riferisce di alcune frasi dette da Riccobono e Angelo Graziano sul conto del funzionario del Sisde. Ma entrambi i citati sono nel frattempo deceduti.

Si dirà che Mutolo sa far parlare i morti. Stessa cosa verrà detta di un famoso pentito, Tommaso Buscetta e di altri boss del calibro di Pino Marchese, Marino Mannoia e Salvatore Cancemi.

 

Giuseppe Pino Marchese

Affiliato anch’egli a Cosa Nostra dal 1980 partecipa a numerosi omicidi, estorsioni ed attentati. E’ coautore della strage di Bagheria.

 Durante l’udienza del 22 aprile 1994 dice con tutta tranquillità:

Ho assistito, anche, ho partecipato a vari crimini perché io c’è stato un periodo, prima di essere combinato, che spesso vedevo delle riunioni che facevano loro, che una volta mi sono trovato mentre stavano strangolando una persona. Dopo svariate volte abbiamo dato fuoco a qualche macchina, abbiamo messo del tritolo nei cantieri, fatto estorsioni, diciamo, e vari omicidi, varie scomparse”.

Nel processo Contrada il pentito lo accusa di aver aiutato Riina a sfuggire ad un blitz della polizia, ma si dimentica di aver detto nel verbale precedente che Riina era scappato temendo una ritorsione dei suoi nemici nella guerra di mafia.

Come Mutolo, anche lui fa parlare i morti e riferisce di discorsi fatti su Contrada dallo zio Filippo, deceduto.

 

Tommaso Buscetta

Appartenente alla famiglia di Porta Nuova, meglio conosciuto come “don Masino” o “il boss dei due mondi”.

Diventa il pentito più famoso quando decide di parlare di Cosa Nostra con il giudice Giovanni Falcone. Ed è proprio a Falcone che  don Masino, all’inizio della sua collaborazione con lo Stato, parla bene di Contrada.

Poi, però, cambia versione. Riferisce anche lui parole che gli sono state dette dai boss Bontade e Riccobono nel frattempo morti. Impossibile, quindi, verificare l’attendibilità della testimonianza.

E’ condannato per evasione e per essere affiliato a Cosa Nostra condizioni per le quali prende tre anni e sei mesi. Poi viene processato per traffico di droga e condannato a otto anni.


Diventa protagonista indiscusso, e a volte discusso, di diversi processi, come quello su Andreotti. Buscetta morirà di cancro a 72 anni, nel 2000.

 

Francesco Marino Mannoia

Nel processo Contrada anche lui tira in ballo storie raccontate da Riccobono, Bontade e Giaconia, tutti morti.

Mannoia è il braccio destro del boss Bontade. Autore di circa 20 omicidi. E’ specializzato nel commercio della droga.

Dal 1989 al 1993 collabora con gli americani parlando di tutto ma senza fare mai cenno a Contrada. Scopre l’esistenza del funzionario del Sisde improvvisamente, solo quando viene ammesso al programma di protezione.

Così confesserà nel processo di appello:

Tutto ciò che ho detto l’'ho detto per sentito dire, e in Cosa Nostra le menzogne sono di casa. Spero che al funzionario venga restituito l'onore”.

 

Salvatore Cancemi

Cancemi è stato condannato per traffico di droga, associazione per delinquere , rapina, porto abusivo d’armi e per essere stato l’autore di numerosi omicidi, tra i quali risulta anche quello di Salvo Lima.

Cancemi è affiliato a Cosa Nostra dal 1976. E’ un componente della Cupola presieduta da Totò Riina.

Al processo Contrada segue la stessa strada percorsa dagli altri boss. Anche lui farà parlare un morto, Stefano Bontade dal quale dice di aver appreso notizie e ascoltato discorsi sul funzionario dello Stato.

Durante una fase di quel processo, i(28 aprile 1994), non ricorda però quante sono state le vittime dei suoi omicidi.

Se sono più di 10 o 20 omicidi? Beh….vediamo, 10, 20, come mandante”.

 

Pietro Scavuzzo

 Scavuzzo è affiliato a Cosa Nostra di “rera”, (per eredità).

Viene condannato per rapina, traffico internazionale di droga, inosservanza degli obblighi del soggiorno obbligato.

Anche lui è un accusatore di Contrada.  Al processo dice che il funzionario ha ricevuto in dono dalla mafia un’anfora prestigiosissima.

Il racconto che si svolge sulla consegna di quest’anfora è particolarmente fantasiosa. Luoghi improbabili, viaggi da antiquari svizzeri inesistenti, fatti indimostrabili, citazione di persone che nessuno sa chi siano ed altre che non possono confermare o smentire i suoi racconti perché decedute. Durante il processo il bluff messo in piedi da Scavuzzo viene scoperto e l'accusa cade.

 

Rosario Spatola

E’ stato arrestato più volte per traffico di sostanze stupefacenti. Ha al suo attivo una marea di condanne per emissione di assegni a vuoto, bancarotta, appropriazione indebita e furto.

Al processo contro Contrada afferma di parlare per aver visto e non per sentito dire.

Dice di aver visto Contrada a pranzo con il boss Riccobono (che - come abbiamo già detto - è morto), al ristorante “Il Delfino” a Sferracavallo, vicino Palermo.

Durante il dibattimento si scopre che la saletta nella quale avrebbero pranzato, descritta con dovizia di particolari, in realtà, non era mai esistita.

 

Massimo Pirrone

Uomo vicino a Saro Riccobono. E’ un personaggio importante del gruppo dei pentiti. Il suo curriculum vanta indagini e  condanne per ricettazione, traffico di droga, arresti per furti e detenzione illegale di armi.

E’ stato arrestato anche per aver speso monete, banconote e travel cheques falsi. E’ stato processato anche per ricettazione di quadri di provenienza furtiva. Anche lui, in qualità di pentito, racconta la sua versione dei fatti su Contrada, ovviamente in maniera negativa.

 

Gaetano Costa

E’ uno dei pentiti storici della ‘ndrangheta. Mandante di una decina di omicidi dice di Contrada:

Un giorno mi trovato nel carcere dell’Asinara con i mafiosi Spadaro, Vernengo e Scarpisi. In tv c’era la notizia dell’arresto di Contrada e loro si misero le mani nei capelli per disperazione e dissero “ce lo hanno consumato”…

I tre mafiosi chiamati in causa, (questi sono ancora vivi), smentiscono il racconto di Costa.

Vernengo risponde al racconto di Costa così:

Ma che dice! Contrada l’ho visto per la prima volta in tv” .

Scarpisi aggiunge:

Non parlavamo in cella, pensavamo che c’erano microspie. E’ falso”.

 

Gioacchino Pennino

Pennino è il pentito che ha costruito l’immagine massonica di Contrada. Inutile dire che, anche su questo tema, nulla è stato mai provato.

Pennino è particolarmente astioso nei confronti di Contrada in quanto il funzionario del Sisde gli aveva arrestato il padre nel’ambito delle indagini sull’ippodromo di Palermo compiute negli anni precedenti.

Nel merito dell’appartenenza di Contrada alla massoneria Pennino lancia la sua teoria:

"Una loggia talmente segreta che, appunto perché segreta, non è mai emersa”.

 

Questi sono solo alcuni dei diciassette ex mafiosi pentiti che hanno raccontato di Contrada ciò che gli è maggiormente piaciuto. La verità si è spesso trovata assente nei racconti di questi uomini colpevoli dei peggiori reati che un essere umano possa compiere.

In sostanza le accuse su Contrada si sono basate quasi unicamente su costoro, su gente che aveva perso non solo la libertà ma, divenendo pentiti, anche l’onore. Persone che avevano un odio profondo perché si trovavano in galera anche per colpa di colui sul quale stavano  dicendo ogni genere di nefandezze.

Contrada ha ascoltato tutte le accuse mossegli  cercando di capire quali erano i reati in base ai quali era stato accusato. Andando avanti nel processo, più i pentiti raccontavano le loro storie, meno si capiva quali erano i capi di imputazione. Finché, un giorno, il funzionario del Sisde disse in aula:

Signori. ,mi sono riletto le carte del processo e ancora non capisco cosa mi si contesti. Di fronte a certe accuse indimostrabili è impossibile difendersi”.

 

In un solo caso venne portata in tribunale un’accusa formulata dai Carabinieri e non dai pentiti.

L’accusa riguardava la confessione di un ufficiale dell’Arma che confidò ad un pm la circostanza che Contrada era stato visto in via d’Amelio subito dopo la strage dove morirono Paolo Borsellino e la sua scorta. La storia della presenza di Contrada in quella via durò per anni, fino a quando il funzionario  non fece l’elenco delle persone (alti ufficiali di polizia e carabinieri), che erano con lui su una barca in alto mare nel momento in cui il magistrato saltava in aria con i suoi angeli custodi.

 

Giunti alla fine di questa ennesima assurdità giudiziaria crediamo sia opportuno riportare interamente la lettera spedita da un lettore de “Il Giornale” riguardante proprio questo caso:

 

"Può essere comprensibile la protesta della Borsellino per

 l’avvio della pratica di grazia per Contrada, anche se non

 è comprensibile come abbia potuto la Borsellino,

 convertita alla politica attiva, intrupparsi nello

 schieramento al cui interno sono coloro che, quando erano

 vivi, attaccarono ripetutamente Borsellino e Falcone

 contribuendo al loro isolamento. Dispiace però che la

 Borsellino non abbia ereditato da suo fratello quel

 profondo senso della giustizia che per essere tale non

 deve mai essere vendicativo. Questo a me Borsellino e

 Falcone hanno insegnato: peccato che non l’abbiano

 imparato i loro “custodi” ed “eredi”.

 

Lettera firmata.

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